Renzi: «Non mi lascio impressionare»
di Maria Berlinguer wROMA «Grande rispetto, ma io non sono il tipo da farmi impressionare, noi non siamo un governo che cambia opinione perché c'è una piazza». Matteo Renzi a fine giornata commenta il successo dello sciopero generale dei sindacati. La linea dell'esecutivo però non cambia. «Pronti al dialogo ma grande determinazione perché c'è un paese da cambiare e noi lo cambieremo», ribadisce il premier alla vigilia dell'assemblea in cui il segretario premier lancerà la sfida finale alla minoranza del Pd, che è convinto gli sta mettendo i bastoni tra le ruote per impallinarlo sull'elezione del futuro presidente della Repubblica. E che qualcuno pensa stia lavorando a una scissione. «Ho partecipato al corteo sindacale con Fassina e Cuperlo, manteniamo un rapporto con un pezzo largo del mondo della sinistra, Renzi dovrebbe perfino ringraziare chi sta prodigando per impedire una definitiva lacerazione tra Pd e mondo del lavoro», dice invece il bersaniano Alfredo D'Attore. E' la conferma che la minoranza del Pd questa volta non si atterrà alla disciplina di partito invocata dai renziani. Ma, almeno per ora, non ci sarà alcune scissione. «I lavoratori non ci chiedono di uscire dal Pd», spiega infatti D'Attore auspicando che l'Assemblea dei democratici non si trasformi in una «corrida». A pesare e molto è il voto in commissione Affari costituzionali sulle riforme che ha mandato sotto il governo. La sinistra ha voluto «lanciare un segnale» al segretario premier bocciando alcuni emendamenti della riforma Boschi. E l'aria che tira non è affatto migliorata. Mentre molti dirigenti del Pd sono in piazza, in commissione Affari costituzionali è di nuovo stallo e la seduta è rinviata a questa mattina. «La maggioranza e il governo si stanno incartando, non sono d'accordo neanche sul loro testo», dice Stefano Quaranta di Sel. E si fa avanti l'ipotesi che testo in aula arrivi il 16 dicembre senza aver concluso l'esame della commissione. La minoranza del Pd non si presenta però compatta di fronte allo sciopero generale. In piazza non ci sono nè Bersani, né Damiamo né Epifani. Ma, defezioni a parte nessuno, è disposto ad accettare diktat come quello lanciato dal mite vicesegretario Lorenzo Guerrini: «Sulle riforme non sarà più consentita libertà di coscienza». «Basta giochi o imboscate, domenica dobbiamo fare chiarezza», avverte Guerini. «Renzi vuole obbedienza? Se mi chiede di lasciare il mio posto di deputato mi dimetto e gli restituisco ciò che ritiene sua proprietà, ma in quel caso dovrebbe cambiare nome al Pd», dice Gianni Cuerlo. «La politica economica del governo è iniqua e non funziona ai fini della ripresa, spero che il segretario ascolti con grande attenzione la voce della piazza», aggiunge Stefano Fassina, rispedendo al mittente le minacce sulle poltrone. «Qui nessuno cerca posti». Massimo D'Alema, a Bari per incontrare il sindaco, Decaro, impatta con la manifestazione e viene contestato pesantemente da un gruppetto di estremisti. «Buffone vai via», gli urlano. «La gente è arrabbiata, ce l'ha con il partito democratico, ci chiede di cambiare, la situazione è quella che è» spiega D'Alema, accusando il colpo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA