Stato-mafia, l'accusa: «Ci sono politici contrari al processo»
PALERMO Cresce l'attesa per l'udienza a porte chiuse che si svolgerà martedì prossimo al Quirinale, quando Giorgio Napolitano dovrà deporre al processo sulla trattativa Stato-Mafia davanti alla corte d'assise di Palermo. Alla vigilia della trasferta a Roma di giudici, pm ed avvocati, gli unici che potranno assistere all'interrogatorio del capo dello Stato, si surriscalda anche il clima. Uno dei magistrati che sostengono l'accusa, il Pm Francesco Del Bene, nel corso della consegna a Pescara di un premio intitolato a Paolo Borsellino ha dichiarato: «È un momento difficilissimo, questo processo non è voluto da tutti, specie dai rappresentanti dello Stato». Parole pesantissime, parzialmente rettificate dallo stesso Pm a conclusione della cerimonia: «Con il termine "Stato" - ha puntualizzato - mi riferivo ad esponenti della politica nel senso generale della parola, e nello specifico a nessuna carica istituzionale». Ma le sue dichiarazioni sembrano destinate a rinfocolare le polemiche che stanno accompagnando il processo, e in particolare la decisione di chiamare il Presidente della Repubblica sul banco dei testimoni. Una linea processuale che ha suscitato perplessità perfino tra alcuni magistrati della Dda, che l'hanno contestata nel corso di un'accesa riunione svoltasi lunedì scorso. Di sicuro la tensione in vista dell'appuntamento al Colle è palpabile. Anche perchè, dopo le ultime decisioni della Corte, l'interrogatorio non riguarderà soltanto la lettera in cui il suo ex consigliere giuridico Loris D'Ambrosio rappresentava al Capo dello Stato timori e dubbi su possibili «indicibili accordi» avvenuti tra il 1989 e il 1993, ma potrebbe allargarsi anche all'allarme attentati ai danni dello stesso Napolitano e dell'allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, lanciato dal Sismi tra il 1993 e il 1994. A rivolgere le domande al Presidente della Repubblica potrebbe essere anche il legale di Riina, l'avvocato Luca Cianferoni: «Non posso certo anticiparle. Però credo che il presidente possa offrire un contributo importante per ricostruire quella stagione», ha dichiarato il difensore del boss. Una circostanza certamente imbarazzante, quella di consentire indirettamente al capo di Cosa Nostra di «interrogare» il Capo dello Stato. Alla domanda se abbia concordato con il suo cliente le domande da porre a Napolitano, il legale obietta: «Quello che ci diciamo io e il signor Riina resta fra noi». Ma subito dopo aggiunge: «Posso rappresentare le valutazioni che faccio come difensore: il mio cliente era in carcere da otto mesi quando il Sismi rilevava da una fonte il progetto di attentato nei confronti di Napolitano». Come dire, se trattativa c'è stata Riina non era in condizione di condurla.