l'opinione
(segue dalla prima pagina) Con le sinistre interne (a eccezione dei civatiani) alla fine riallineatesi - e verosimilmente concentrate sulla strategia della riduzione del danno (per loro). Perché il Pd, a conti fatti, sta assumendo sempre più inesorabilmente i tratti di una sorta di PdR (dove la "R", ça va sans dire, è quella dell'iniziale del cognome del suo segretario-premier). Rimane ancora - e al proposito, non per niente, il "piè veloce Matteo" pare essere colto da qualche inquietudine - l'incognita delle piazze che la Cgil saprà (o potrà) mobilitare contro la riforma del mercato del lavoro, ma, nondimeno, secondo le ultime rilevazioni dell'Atlante Politico di Demos, il vento ha ripreso a gonfiare le vele della nave renziana. Risale di un paio di punti percentuali la fiducia nei confronti del governo (che arriva al 56%) e quella ad personam nei riguardi del presidente del Consiglio (che tocca il 62%), mentre il suo Pd (appunto il PdR) supera il 41%, doppiando il 20% delle intenzioni di voto per il Movimento 5 Stelle (reduce or ora dalla sua kermesse al Circo Massimo ben lontana dall'essersi tradotta nell'esibizione di forza che Grillo e Casaleggio avevano concepito al fine di rimontare). Stando sempre a Demos, a subire un nuovo calo è però soprattutto Forza Italia, il contraente del cosiddetto "patto del Nazareno" - del quale, sotto il profilo del consenso, a occhio e croce, si sta avvantaggiando il solo (e solito) Renzi. Il 15,6% della formazione berlusconiana (vale a dire 3 punti in meno di quelli di un mese or sono) significa che il leader politico che è stato protagonista pressoché indiscusso dell'ultimo ventennio non riesce a "tornare in palla", e che il partito azienda, di metamorfosi in metamorfosi, ha perduto (o, almeno così sembra) una quota significativa del suo appeal elettorale. E subisce l'impatto irresistibile del partito pigliatutto nel quale il renzismo sta convertendo quanto resta delle reincarnazioni della principale formazione della sinistra italiana (da tempo fattasi di centrosinistra); lo evidenzia nuovamente l'Atlante Politico, che rimarca il mutamento della composizione del consenso pro-Renzi, in calo tra gli elettori di sinistra e invece in ripresa tra quelli di centro e centrodestra. La guerra fredda (poi, repentinamente, caldissima) con l'ex delfino reprobo Raffaele Fitto, le fibrillazioni interne al partito e le oscillazioni sulla linea (con l'ormai acclarata impossibilità, o mancata volontà, di farsi "alternativa di campo" rispetto al PdR) e i guai sul fronte dell'impero aziendale con Mediolanum (non andrebbe mai dimenticato quanto Fi risenta della sua natura riconducibile all'ideologia postmoderna del "neopatrimonialismo") hanno indotto Silvio Berlusconi a "sparare forte" per ritornare al centro della discussione, come prova la sua uscita (nel corso del recente intervento telefonico al seminario del "governo ombra" di Gianfranco Rotondi) sul fatto che "non siamo più in una democrazia". Di qui l'annuncio dell'ennesima rifondazione di Forza Italia, nella quale si deve fare largo alle giovani generazioni, e le critiche e l'insofferenza verso molti dei suoi notabili e maggiorenti incapaci di "vendere il marchio Berlusconi". E, difatti, mentre sono riprese l'offensiva e la "campagna acquisti" nei confronti di quelli Ncd, una ventina di suoi parlamentari avrebbe avuto colloqui la settimana scorsa con un Diego Della Valle assai tentato da una discesa in quel campo "moderato" in cui, finora, è sempre parso impossibile scorgere i presupposti per una leadership alternativa a quella berlusconiana. Ma dove, adesso, si stanno altresì aprendo (almeno in potenza) dei vuoti che qualcuno dovrà colmare (e sui quali da tempo, giustappunto, insiste Renzi…).