L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) Eppure, le continue sollecitazioni in tal senso da parte di Roma non hanno trovato riscontro. Tanto che vi è una discussione ancora aperta sulla natura della missione che, secondo l'Italia ma non secondo la Ue, dovrebbe sostituire quella italiana, e sul numero dei Paesi che accolgono chi sbarca. Nonostante il pressing del governo italiano, l'Europa ha, infatti, detto chiaramente che la missione Fontex Plus potrà solo affiancare ma non sostituire Mare Nostrum. Frontex è poco più che un'agenzia con compiti di analisi, priva di risorse e capacità operative, e non è in grado di assumersi il compito del controllo in mare. Lo ha ricordato, davanti al Parlamento europeo, il commissario agli Affari interni Malmstroem, smentendo il ministro dell'Interno Alfano che nel varo di Frontex Plus aveva voluto vedere il primo segnale della presa in carico, da parte europea, della questione immigrazione. Non è andata così. Nonostante l'Italia abbia chiesto, e ottenuto, un maggiore impegno e sostegno alla nuova missione di Spagna, Germania e Francia. La partecipazione a Frontex Plus avverrà su base volontaria. Rivelando, ancora una volta, come l'Unione non riesca a fare quel salto di qualità sul terreno delle politiche comuni che costituisce una delle cause della sua crescente crisi di legittimazione. È infatti evidente che il rafforzamento di Fontex passa per un trasferimento di competenze dagli Stati membri all'agenzia europea. Ma nell'era della globalizzazione gli Stati si rifiutano di fare un passo che metterebbe in discussione la loro residua sovranità. Così, la gestione delle frontiere e dei flussi migratori viene svolta ancora secondo logiche nazionali. E la Ue si limita a chiedere agli altri Stati membri di mettere a disposizione mezzi e uomini per collaborare con l'Italia. Un limite visibile anche nelle politiche di accoglimento. I due terzi dei rifugiati sono accolti da soli sei Paesi - oltre all'Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Svezia - mentre gli altri ventidue latitano o fanno poco. Una chiusura egoistica che, per la sua dimensione simbolica in tempi di crisi e tagli alla spesa pubblica, favorisce la crescita di movimenti antieuropeisti e ostili agli immigrati come il Front National e la Lega in versione lepenizzata. A Lampedusa il ministro degli Esteri Mogherini ha giustamente toccato la questione Libia, base di partenza dei barconi della tragedia e della speranza. Lady Pesc auspica un accordo con le autorità libiche per regolare i flussi che preveda sia l'adesione alla convenzione di Ginevra, sia la possibilità che l'Unchr possa lavorare nel paese. Un auspicio, o poco più in questa fase. La Libia è uno stato fallito, con due parlamenti, due governi, milizie e province fuori controllo, gruppi e clan che prosperano sfruttando i traffici clandestini di esseri umani. Solo quando vi sarà un potere centrale in grado di imporsi sarà possibile cominciare a parlare con la Libia o con ciò che ne rimarrà. Ma quel tempo non pare realisticamente vicino. Dunque la questione del controllo delle frontiere sud dell'Unione è destinata a rimanere a lungo irrisolta anche su questo versante. Renzi si era proposto nel semestre a guida italiana di «cambiare verso» anche in Europa. Sbarrata la strada di una nuova politica di bilancio per effetto della resistenza tedesca, quella delle politiche migratorie poteva essere un buon banco di prova. Ma la solitudine italiana nel blu del Mare Nostrum, nonostante gli imminenti vertici di capi di governo e ministri degli interni europei, rivela che il cambiamento può arenarsi anche sulle spiagge delle Pelagie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA