L'OPINIONE
(segue dalla prima pagina) In particolare, la Corte potrebbe essere nuovamente chiamata a valutare se la riforma elettorale proposta dal presidente del Consiglio Renzi risponde a tutte le pesantissime obiezioni con le quali i giudici costituzionali hanno nel recente passato sostanzialmente distrutto la legge vigente, detta Porcellum, a suo tempo formulata dall'allora ministro delle Riforme Istituzionali Calderoli che, tra l'altro, abbastanza incomprensibilmente riappare oggi fra i riformatori della sua riforma. In qualche modo, faticosamente e lentamente, il Parlamento sta arrivando al traguardo con l'elezione dei componenti non togati, ma forse non abbastanza "laici", visto che alcuni sono parlamentari in carica, del prossimo Csm. Lo stallo per l'elezione dei due giudici costituzionali appare, dopo otto votazioni, piuttosto grave. Preso atto dell'opposizione all'interno del partito stesso, Forza Italia, che lo aveva designato, uno dei candidati si è, molto a malincuore, dovuto ritirare. È stato rimpiazzato da un parlamentare potente, Donato Bruno, mentre il candidato del Partito democratico, a sua volta parlamentare di lunghissimo corso (dal 1979 al 2008) e presidente della Camera dal 1996 al 2001, Luciano Violante resiste. In maniera del tutto irrituale è sceso in campo anche il presidente della Repubblica. Le parole di Giorgio Napolitano sono state queste: «No a immotivate preclusioni», e suonano come un sostegno neppure tanto implicito ai due candidati attualmente in lizza. Meritano, pertanto, attenzione e, credo, anche qualche osservazione critica. Non è possibile dire se la mancanza di due giudici in una Corte composta da quindici giudici ne pregiudichi il funzionamento. Nel passato, alcuni giudici hanno fatto sapere che, salvo in rari momenti di urgenza, la Corte può svolgere il lavoro di routine anche senza plenum. Legittimamente, il presidente Napolitano desidera che tutti gli organismi costituzionali siano costituiti come si deve. Il suo intervento, però, suona sostanzialmente come una critica ai parlamentari, più di un centinaio, i quali, da una parte e dall'altra, si rifiutano di votare candidati "loro" o dell'altro partito. Napolitano sostiene che quelle preclusioni sono «immotivate». Lui stesso apre con questo aggettivo un discorso complesso e importante. È molto probabile che coloro fra i parlamentari che non votano Violante e non votano Bruno manifestano preclusioni, ma è altrettanto probabile che saprebbero motivarle. Oltre ai profili esageratamente partitici dei due candidati, che la stampa ha ripetutamente documentato, molti parlamentari potrebbero farsi forti di due argomentazioni. La prima è che i due candidati sono stati loro imposti e che il metodo di selezione, utilizzato a Largo del Nazareno e ad Arcore, non è risultato chiaro a nessuno. Insomma, per cariche tanto importanti dello Stato sarebbe opportuno fare ricorso alla seppur fragile democrazia che dovrebbe esistere nei partiti. La seconda argomentazione è che parecchi di loro sarebbero perfettamente in grado di motivare la loro opposizione che, spesso, non è affatto "preclusione", ma che, purtroppo, in questi casi (ma anche in occasione dell'elezione del presidente della Repubblica), il Parlamento diventa un grande seggio elettorale e non un luogo di dibattito aperto e trasparente sulle qualità richieste ai candidati per ottenere quelle cariche. Insomma, Napolitano sembra chiedere ai parlamentari di obbedire ai dirigenti dei loro partiti applicando gli accordi raggiunti in alto loco. I parlamentari dicono, con l'unico strumento che hanno a disposizione: il voto/non voto, che qualcosa non va e che quegli accordi non hanno prodotto il meglio. Forse toccherebbe ai candidati rinunciare a una estenuante elezione, che sarà comunque risicatissima, e a risolvere l'impasse con una nobile dichiarazione di ritiro, s'intende, ben motivato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA