Tagli alla sanità, le Regioni in rivolta

di Gabriele Rizzardi wROMA «Nessuno vuole tagliare la sanità, ma nessuno vuole gli sprechi». Allarmato dalle dichiarazioni di guerra che partono dalle Regioni e dai sindacati, che rifiutano l'idea di ulteriori tagli in un settore da cui dipende la salute degli italiani, il governo smentisce che sia proprio il ministero guidato da Betarice Lorenzin l'obiettivo numero uno per raggiungere la somma di 20 miliardi di taglia alla spasa pubblica. Questo, però, non vuol dire che la sanità è formalmente esclusa dal taglio del 3% che il governo vuole imporre a tutti i ministeri. Per individuare le voci su cui calare la scure, Renzi attende da tutti i ministri precisi dossier. E, nell'attesa, palazzo Chigi conferma che i servizi sono salvi ma poi aggiunge che inefficienze e «sprechi» dovranno essere eliminati anche nella sanità. La giornata si apre con la rivolta dei governatori che, dal Veneto alla Campania, mettono in guardia il governo. Sergio Chiamparino è furioso. «Con il governo abbiamo siglato in agosto un patto d'onore sulla sanità: se si rompe viene meno il rapporto di fiducia e di collaborazione» avverte il presidente della Conferenza delle Regioni, che ricorda i contenuti del patto (un Fondo da 109 miliardi di euro, con un aumento di circa 2 miliardi e mezzo in più all'anno per il 2015 e il 2016) e apprezza solo in parte le rassicurazioni che arrivano nel pomeriggio dal governo. «Ne prendo atto con soddisfazione anche se siamo ancora di fronte a notizie di stampa. Abbiamo fatto bene a porre il problema». Un invito al governo «a rispettare i patti» arriva anche dal governatore della Campania, Stefano Caldoro, mentre gli esponenti della Lega salgono direttamente sulle barricate. «Provino a tagliare un solo euro alla sanità veneta e mi troveranno personalmente steso di traverso sulla strada di distruzione che vogliono percorrere. Qui da noi ridurre ancora la spesa equivarrebbe inevitabilmente a tagliare l'assistenza ai cittadini» avverte il presidente del Veneto, Luca Zaia. E Matteo Salvini è ancora più duro: « Se vogliono tagliare gli sperchi gli diamo una mano, Lombardia Ve Veneto possono dare dossier, ma se fanno il taglio uguale per tutti gli diamo bastonate sui denti...». L'allarme scatta anche a largo del Nazareno dove Pier Luigi Bersani ricorda a Renzi che il Pd «non può tradire l'universalismo della sanità pubblica» e lo invita a valutare la percorribilità dei tagli: «Quando si parla di 16-20 miliardi, bisogna vedere se è sostenibile». Sulla questione interviene anche Nichi Vendola, che attacca Renzi («L'Italia che taglia la sanità non cambia verso») e propone al governo di recuperare le risorse necessrie «facendo una patrimoniale o cancellando il programma degli F35». Ma c'è anche chi, come Francesco Giro ( Forza Italia), arriva a chiedere la testa della Lorenzin: «Se ci sarà un taglio di 3 miliardi di euro nella sanità, credo che sarà quasi impossibile per il ministro restare al suo posto». I più preoccupati sono i sindacati. «Aggiungere ai 30 miliardi di tagli già effettuati negli scorsi anni sulla sanità un ulteriore 3% è assolutamente insostenibile. Una scelta di questo tipo» avverte Vera Lamonica della Cgil «equivarrebbe alla decisione di non assicurare più i livelli essenziali di assitenza, come peraltro già avviene in alcune Regioni». Ma quali sono le aree di intervento per ridurre sprechi e inefficenze? I capisaldi della "spending sanitaria" riguardano la riorganizzazione del sistema d'acquisto di beni e servizi, la digitalizzazione, il riassetto della rete ospedaliera, l'applicazione di costi standard, maggiori controlli e verifiche. In cima all'agenda degli interventi c'è la revisione del sistema di acquisto di beni e servizi. Un piatto che in sanità vale 35,1 miliardi di euro (più di un terzo del Fondo Sanitario). Una revisione della spesa si farà anche sui consumi energetici mentre particolare attenzione sarà dedicata alla gestione di patologie come il diabete, che spostano centinaia di milioni di euro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA