BOMBE SENZA STRATEGIA

di ALBERTO FLORES D'ARCAIS In Iraq non ci potrà essere una «soluzione militare, ma solo una soluzione irachena». Questo sostiene Barack Obama, mentre i caccia dell'Air Force bombardano per il secondo giorno consecutivo le milizie jihadiste che minacciano il Kurdistan iracheno. In questa evidente contraddizione è racchiusa l'attuale impotenza della Casa Bianca (e più in generale dell'intero occidente) di fronte a quanto accade in Iraq undici anni dopo l'invasione militare (di Usa e alleati vari) e l'abbattimento del regime di Saddam Hussein: un paese senza governo reale, diviso in etnie, fazioni e gruppi religiosi che si odiano, si combattono e su cui incombe lo spettro del Califfato. Negli ultimi mesi sono loro, i guerrieri (e terroristi) del fanatismo islamico guidati da Abu Bakr al-Baghdadi, i vincitori e gli unici - nel territorio che controllano - a governare (se così si può definire, in un mondo civile, il pugno di ferro e le scie di sangue di una feroce legge coranica). Lo ammette, a denti stretti, anche il presidente americano quando dice che l'avanzata dei jihadisti «è stata più rapida delle stime dell'Intelligence e delle aspettative dei politici» e quando ripete, un po' ipocritamente, che i raid aerei sul monte Sinjar continueranno, «se necessario», per proteggere i diplomatici e i consiglieri militari americani ancora presenti in quelle aree. Gli Stati Uniti «non saranno trascinati» in una nuova guerra in Iraq, aggiunge Obama, il presidente che aveva criticato la guerra di George Bush e aveva promesso il ritiro dei marines. Una promessa che (diversamente da altre) ha mantenuto. A quale prezzo e fino a che punto? Questa è oggi la domanda-chiave e vale non solo per l'Iraq ma per la Siria (e il Medio Oriente più in generale), per alcune zone dell'Africa e anche dell'Asia. In tutte quelle aree calde del mondo dove gli integralismi islamici - nelle forme più diverse ma con una ideologia simile - conquistano terreno. La politica estera degli Stati Uniti al tempo di Obama mostra evidenti lacune e l'Iraq ne è l'ultima espressione. Il presidente ha giustificato l'ordine di bombardare sia per la presenza di personale americano (l'abituale ricetta degli interessi Usa minacciati) che per un motivo "umanitario": quello di proteggere i civili (comprese le minoranze curde, cristiane e yazide) in fuga di fronte all'avanzata dei guerrieri di Allah. Gli Stati Uniti «hanno la responsabilità» di fermare imminenti massacri, dice Obama usando gli stessi argomenti del 2011, quando i caccia dell'Air Force si unirono a quelli francesi e britannici nel bombardare la Libia di Gheddafi. Il presidente americano non spiega però perché lo stesso trattamento non è stato riservato alla Siria di Assad e ad una guerra civile che è già costata 170mila morti. Fermare i massacri ma senza essere trascinati in una nuova guerra e senza «diventare la forza aerea irachena». Fino a quando? Pochi mesi fa, in un'intervista al settimanale New Yorker, Obama aveva liquidato un po' frettolosamente il problema dei qaedisti in Iraq arrivando a dire (e oggi i suoi critici glielo rinfacciano) che paragonare i guerrieri islamici (di quello che stava diventando l'esercito del Califfato in Iraq e anche in Siria) all'organizzazione di Osama bin Laden era come paragonare una squadra di basket scolastica a un team della Nba. Era un modo per dire all'opinione pubblica - che mai avrebbe accettato una nuova avventura militare - che l'America non sarebbe intervenuta: né in Siria né tantomeno in Iraq. Ora l'intervento militare - sia pure limitato ai bombardamenti dei caccia e all'invio di cibo e acqua per i civili in fuga - c'è stato. Gli analisti del Pentagono sembrano fiduciosi in un immediato successo nell'area curda (anche perché i jihadisti si sono comportati finora come una forza militare "tradizionale" e quindi più vulnerabile agli attacchi degli F18 rispetto a una strategia da "guerriglia") ma resta la domanda di fondo: come si elimina il Califfato senza un intervento militare vero e proprio? Un quesito cui la Casa Bianca non ha ancora dato risposta. @alfloresd ©RIPRODUZIONE RISERVATA