l'opinione

(segue dalla prima pagina) Tutto ciò a dispetto del loro conclamato svolgimento, come la settimana scorsa, sotto l'occhiuta "sorveglianza democratica" di quello streaming che si palesa sempre più, ha scritto il sociologo della comunicazione Michele Sorice, alla stregua «di una liturgia che non ha niente di naturale». Con il loro comunicato via blog (supportato dalle dichiarazioni del "delfino" Luigi Di Maio), Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio hanno lanciato un ultimatum, rimettendo al centro i due temi per loro fondamentali dell'immunità dei parlamentari (da cancellare dal disegno di revisione) e dell'introduzione delle preferenze - che nei prossimi giorni verranno sottoposti alla (ennesima) ratifica "della Rete". Una linea Maginot considerata dal M5S invalicabile per la continuazione della trattativa con il Pd, ma che appare assai lontana dal produrre risultati concreti, con (a tutta riprova) Matteo Renzi impegnato a stigmatizzare "il teatrino politico di Grillo". Difficile dire se questo dei grillini rappresenti un autentico ultimatum, oppure, piuttosto, un "penultimatum", perché nel "partito-non partito" ancora gassoso e pochissimo istituzionalizzato si stanno producendo alcuni processi e sommovimenti interni direttamente discendenti dal fatto che una formazione politica non può rimanere tanto a lungo "informe" e totalmente allineata a una leadership monocratica "senza pagare pegno". La spaccatura interna tra i "falchi" e i "trattativisti" costituisce quella più rilevante tra le varie delineatesi in seno ai gruppi parlamentari del Movimento; e questo spiega il "terrore" per il correntismo nuovamente esplicitato dal duo al vertice, che si collega alle tesi grilline sul vincolo di mandato per i propri eletti (le quali fanno a pugni con il dettato e la storia costituzionale). Un'allergia rispetto alle correnti che non è soltanto loro, certo, ma che assume tratti tutti peculiari. Presso Forza Italia e il Pd il recente anticorrentismo ha una motivazione prevalentemente pragmatica: quella di non "disturbare il manovratore", che nel primo caso è anche il dominus assoluto del partito e, nel secondo, è un homo novus piuttosto insofferente nei confronti della dialettica interna (peraltro arrivata nel passato a punte di parossismo autolesionistico). Nel caso del grillismo, invece, ne possiede una che possiamo definire a pieno titolo come ideologica (proprio perché si ha qui a che fare con un'ideologia-patchwork, ma decisamente di tipo "monistico" nella teorizzazione del soggetto che detiene il potere interno). Quello che è certo, in ogni caso, è che il dialogo col Pd, per il M5S, rispondeva alla finalità di "uscire dall'angolo" riacquisendo centralità nel gioco politico, mentre ora la prospettiva si sta allontanando di nuovo. E a riacquistare così agibilità politica, in maniera massiccia, è Silvio Berlusconi, di cui si profila l'ennesima resurrezione. Sotto il profilo strettamente politico, infatti, il cosiddetto "patto del Nazareno" viene oggettivamente rafforzato dalla sentenza di assoluzione dell'ex premier sul caso Ruby. Verosimilmente, Berlusconi sfrutterà il clima mutato per tornare a essere un player decisivo, avendo di fronte a sé due opzioni: rifarsi "imprenditore della protesta" nei confronti del governo (contendendo una parte dei consensi a Grillo), oppure blindare l'accordo con Renzi per spianare le voci critiche che si erano levate all'interno di Fi. Si scoprirà a breve quale linea sceglierà - lui e soltanto lui, naturalmente, tornato il "padre-padrone" della sua creatura partitica. E, di sicuro, rispetto a un passato fatto di governi balneari e di un Transatlantico vuoto come il deserto del Sahara, luglio e agosto han preso a essere mesi caldi anche politicamente (anzi, forse ancor più politicamente che climaticamente...).