Renzi: entro maggio la legge elettorale

di Gabriele Rizzardi wROMA «Stiamo cercando di recuperare la dignità perduta. Ricordate che non state votando sulle proposte del segretario, ma su quelle su cui hanno già votato 2 milioni di elettori alle primarie». Sulla legge elettorale, Matteo Renzi si gioca il tutto per tutto e dopo aver raggiunto un accordo anche con Angelino Alfano, illustra alla direzione del Pd il suo "Italicum" che non prevede le preferenze ma liste bloccate molto corte e un eventuale doppio turno tra le coalizioni che non riescono a raggiungere la soglia del 35% e non possono incassare il premio di governabilità del 15%-18%. L'obiettivo è quello di giungere entro maggio all'approvazione definitiva. Ma la minoranza del partito guidata da Gianni Cuperlo prova a mettergli un bastone tra le ruote e parla di una riforma «non convincente e con profili di dubbia costituzionalità». Ma Renzi respinge gli attacchi, sfida la minoranza, ricorda che l' "Italicum" «consente al Pd di potersi giocare la partita per il governo» e alla fine ottiene un risultato pieno: la direzione approva con 111 sì, 34 astenuti e nessun voto contrario la proposta di riforma elettorale. E per raggiungere questo risultato, il ministro delle Riforme, Dario Faranceschini, ha dovuto indossare i panni del grande mediatore: «Il valore di un nostro segnale unitario deve prevalere sui dubbi che ciascuno può avere...». Al Nazareno, insomma, è stata evitata una clamorosa spaccatura, nonostante i duri attacchi di Cuperlo. «La riforma elettorale non risulta ancora convincente perché non garantisce né la rappresentanza adeguata né il diritto dei cittadini di scegliere gli eletti né una ragionevole governabilità» attacca il presidente del Pd, che chiede al segretario di portare al 40% la soglia di accesso al premio di governabilità e fa notare che le primarie non possono essere un optional: «O si prevedono per legge primarie per la scelta dei candidati in Parlamento oppure dire che si fanno le primarie per compensare all'assenza delle preferenze non è assolutamente sufficiente». Ma Renzi respinge gli attacchi e tira dritto: «Questa non è una riforma "a la carte". O si fa tutto il pacchetto o viene meno l'accordo». Poi, parte una freccia avvelenata verso Cuperlo. «Accetto la critica sulle preferenze da chi, come Fassina, ha preso 12 mila preferenze. Non è accettabile da chi (come Cuperlo n.d.r.) non ha fatto le primarie. Non lo accetto» si infuria il segretario, che davanti alla direzione prende l'impegno di fare le primarie per la scelta dei candidati e difende fino in fondo la scelta di aver cercato un accordo con Berlusconi e di averlo siglato nella sede del Pd. E se qualcuno ha provato «imbarazzo», Renzi spiega che non aveva scelta perché Berlusconi è stato votato da milioni di italiani ed è il leader del centrodestra. «Esprimo a Berlusconi gratitudine per aver accettato di venire alla sede del Pd. A quelli che mi dicono dovevi parlare con Fi ma non con lui rispondo che è una contraddizione in termini perché parlare con Fi significa parlare con lui. Con chi dovevo parlare? Con Dudù?» si domanda Renzi, che prova a tranquillizzare la minoranza. «Facciamo un accordo sulle regole con Berlusconi per non doverci fare un governo in futuro» spiega il segretario, che punta a presentare entro il 15 febbraio il disegno di legge costituzionale sulla riforma del Senato per arrivare entro il 25 maggio alla prima lettura di Palazzo Madama. Sulla legge elettorale, Renzi ottiene un preziosissimo disco verde da Alfano, che promuove l'impianto della proposta ma boccia le liste bloccate: «Le nostre indicazioni strategiche e fondamentali per la governabilità sono state accolte. Rimane invece irrisolto il tema del Parlamento dei nominati. Ma su questo, continueremo a dare battaglia nel Parlamento e nel Paese». Il malumore, insomma, è trasversale. Ed anche da Scelta civica arrivano distinguo. Il segretario, Stefania Giannini, vuole un vertice di maggioranza e punta ad alzare al 40% la soglia di accesso al premio di maggioranza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA