Maggioranza in tilt strappo di Monti

di Gabriele Rizzardi wROMA Un campo di battaglia. La legge di stabilità approvata dal governo tra mille difficoltà per tenere sotto controllo i conti pubblici si è trasformata in terreno di scontro per gli scontenti del centro, del centrosinistra e del centrodestra. Il ministro della Pubblica Amministrazione, Gianpiero D'Alia, assicura che il governo è disponibile a modifiche anche per quanto riguarda la nuova stretta sui dipendenti pubblici (che ha fatto scendere in trincea i sindacati) ma l'annuncio non fa diminuire le fibrillazioni. E il malcontento non riguarda solo i "lealisti" del Pdl. Il gesto più eclatante ieri è arrivato dal moderato Mario Monti, che ha annunciato le sue dimissioni da presidente di Scelta civica e fatto sapere che oggi si iscriverà al gruppo misto. L'ex premier ha deciso di gettare la spugna dopo aver definito «insoddisfacente» quanto previsto dalla legge di stabilità per la crescita e dopo aver contestato la lettera con la quale 11 senatori di Scelta civica hanno chiesto una «verifica politica» e dichiarato il loro sostegno incondizionato alla legge di stabilità. Una lettera che ha avuto il significato di una "sfiducia" inaccettabile per il professore della Bocconi, che adesso accusa il "suo" ministro Mario Mauro di voler appoggiare a qualunque costo il governo delle larghe intese e di voler portare (insieme a Casini) Scelta civica su posizioni vicine a quelle del Ppe. «La linea di appoggio incondizionato al governo preconizzata dal senatore Mauro non è la linea di Scelta civica» taglia corto Monti. Ad essere in ebollizione è anche il Pd, dove i renziani non rinunciano a fare pressing per ottenere profonde modifiche. Ma il gesto plateale potrebbe arrivare da Stefano Fassina. Stando alle indiscrezioni pubblicate dal sito di informazione Huffington Post, il viceministro dell'Economia che nei giorni scorsi non ha nascosto la sua irritazione per essere stato estromesso dai lavori preparatori della legge di stabilità sarebbe pronto a presentare le dimissioni. Per formalizzare la decisione il viceministro starebbe solo aspettando il rientro di Enrico Letta dagli Stati Uniti. Fassina, ex bersaniano, oggi esponte della sinistra del partito, lascerebbe perché contrario alle misure inserite nella manovra? «Non credo sia questo. Credo che Fassina lamenti un difetto di collegialità. E credo abbia ragione» risponde il segretario del Pd, Guglielmo Epifani. Ma il dubbio resta. A gettare benzina sul fuoco è anche il consigliere economico di Matteo Renzi e deputato del Pd, Yoram Gutgeld, per il quale lo sforzo del governo è stato inutile: «Che ne penso di questa legge di stabilità? Dico che è così stabile, soffice ed equilibrata che praticamente è come se non fosse mai stata fatta, come se non esistesse...». A difendere la manovra ci prova Pier Luigi Bersani per il quale «c'è qualcosa da aggiustare in Parlamento» ma l'impianto va nella direzione giusta: «Forse sono state create troppe aspettative ma trovo alcuni giudizi ingenerosi. E' la prima volta da anni che non si taglia la sanità e si dà ai Comuni un certo slargo...». La legge di stabilità diventa terreno di scontro soprattutto nel Pdl, dove si affrontano ormai a mani nude i lealisti di Fitto e i filogovernativi guidati da Alfano. Berlusconi ieri ha ricevuto a palazzo Grazioli tutti i ministri del Pdl tranne Maurizio Lupi. L'obiettivo del Cavaliere è quello di trovare una mediazione tra i "falchi", che non perdono occasione per definire «inadeguata» la manovra, e le "colombe" che promettono un appoggio incondizionato al governo e si accontenterebbero di piccole modifiche alla legge di stabilità. Berlusconi, che deve fare i conti con le sue condanne e i suoi processi, si sente già "decaduto" e vorrebbe far saltare il tavolo ma non può. Ragion per cui, Fitto precisa che le critiche «non rappresentano un giudizio finale sul governo» mentre Renato Brunetta veste i panni del "mediatore" e torna alla carica con la proposta di istituire una «cabina di regia» a Palazzo Chigi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA