Orrore sul fondale «Centinaia di corpi»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Un groviglio di corpi e di destini, di vite interrotte a poche centinaia di metri dalla salvezza, giace nel blu profondo del mare di Lampedusa, a 47 metri, dove l'acqua è così limpida da non nascondere la mostruosità della morte. «È un orrore, ci sono decine di cadaveri, forse centinaia: stanno uno sull'altro, ammassati e incastrati. I più fortunati sono quelli che sono morti per primi». Rocco Canell è il primo sub a essersi calato nell'inferno d'acqua, il primo ad aver raggiunto il relitto, bianco come una tomba, adagiato sul fondale a un miglio e mezzo da Cala Croce. «È appoggiato sulla fiancata di dritta: è affondato in assetto di navigazione, non si è ribaltato. Fuori ce ne sono almeno venti, sembra che stiano dormendo. Si vedono corpi incastrati l'uno sull'altro». Prima un'avaria, poi l'incendio, così è avvenuta la tragedia. La barca ha trascinato tutti giù in pochi istanti, mentre la paura cieca spingeva chi era sotto coperta, «i più poveri tra i poveri» come li ha definiti il ministro dell'Interno Angelino Alfano, «quelli che avevano pagato meno», a scappare fuori con il cuore che martellava, in cerca di vita. Sono lì, ora, «tutti ammassati verso l'uscita della stiva» rivela un vigile del fuoco. «Una scena agghiacciante – dice Simone D'Ippolito – ci sono almeno un centinaia di cadaveri, molte sono donne. E alcuni li ho visti abbracciati». C'erano più di 400 persone sulla carretta naufragata all'alba di giovedì davanti alle coste di Lampedusa, secondo la conta ufficiale di Alfano, e solo 266 hanno un destino certo: i 155 salvati e i 111 morti, tra i quali 49 donne e 4 bambini, allineati nei sacchi dentro l'hangar dell'isola trasformato in obitorio, 266 persone. Gli altri, forse duecento uomini, donne e bambini, mancano all'appello nella contabilità disperata della strage. Nel giorno in cui sull'isola arrivano 140 bare, il mare forza 4 e lo scirocco a 20 nodi costringono i soccorritori a interrompere le ricerche, mentre il lutto cittadino più del lutto nazionale, perché qui il dolore è fatto di carne e di sangue, fa calare il silenzio sul paese, ancora affollato di turisti. Lampedusa chiude i negozi e si raccoglie tutta, in serata, alla messa di commemorazione delle vittime, mentre sull'isola arriva la presidente della Camera Laura Boldrini, espressamente invitata dal sindaco, a rendere omaggio alle vittime . «Meno passerelle e più fatti» scrivono gli isolani sugli striscioni stesi lungo il percorso della fiaccolata. «Nel rispetto di questa tragedia, tornatevene a casa», «Lampedusa li vuole accogliere vivi, non morti» protestano i cittadini dell'avamposto estremo d'Europa, la gente che non si è mai tirata indietro davanti ai migranti e stanca di indifferenza che al mattino il ministro dell'Interno Angelino Alfano ha proposto per il premio Nobel per la pace. Dopo la visita del Papa, «serve un altro grande segnale» ha detto. «Sono giornate nere per l'Italia e per l'Europa, giorni di vergogna e di dolore – scuote la testa il sindaco Giusy Nicolini – In dieci anni non è cambiato nulla né in mare né in terra: siamo campioni dell'emergenza, non dell'accoglienza. A Letta ho chiesto più coraggio per modificare la normativa per avere maggiore autorevolezza in Europa». E le norme, un non precisato «protocollo» avrebbero impedito ai primi soccorritori di portare in salvo un numero maggiore di naufraghi dopo l'avvistamento in mare. Una nuova testimonianza scatena polemiche mentre il bilancio delle vittime continua a gonfiarsi: «Abbiamo dovuto scegliere chi salvare e chi no, procedendo a zig zag tra quelle braccia alzate. Quarantasette ne abbiamo salvati, e ne avremmo presi di più: ci siamo avvicinati a un gommone della Guardia costiera chiedendo se potevamo trasbordarli sul loro natante per cercare di salvarne altri. Ci hanno risposto: "dobbiamo rispettare il protocollo", e siamo dovuti rientrare» si sfoga Marcello Nizza, tra i primi ad arrivare con i suoi amici sul "Gommard". «Mi chiedo come mai nessuno abbia visto prima questo barcone – accusa il governatore siciliano, Rosario Crocetta – Quanto meno c'è una omessa sorveglianza». Ma sui ritardi nei soccorsi, alle prime ore di ieri, aveva già replicato sdegnato il comandante generale della Capitanerie di porto, Felicio Angrisano: «È ridicolo, assurdo. È un miracolo averne salvato 155». «Non hai salvato me, la prossima volta salva almeno mio fratello» è la scritta che campeggia su un lenzuolo portato dai bambini di Lampedusa lungo le strade, durante la fiaccolata: sul bianco sono impresse con la vernice nera piccole mani. «È una mattanza senza fine che deve essere fermata» chiede don Stefano Nastasi, mentre di nuovo l'isola scoppia. Ancora una volta, con 1.055 persone stipate in un centro di accoglienza che ha posto per 300, in condizioni igieniche spaventose. Materassi a terra, gente ammassata su un vecchio camion di gelati, vestiti appesi alle recinzioni. Una nuova vergogna, davanti alla quale il sindaco di Roma, Ignazio Marino, lancia un segnale «contro la rassegnazione e l'indifferenza», annunciando che la sua città accoglierà i 155 sopravvissuti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA