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di Maria Rosa Tomasello wROMA Un colpo di coda inatteso del presidente americano conclude il G20 di San Pietroburgo, in cui il fronte dei Grandi si spacca davanti al rebus siriano, con la Russia ferma alla guida del fronte non interventista. Con uno scatto finale, Barack Obama esce dall'angolo e, mentre il summit si conclude senza alcun riferimento ufficiale alla Siria nel documento finale, riesce a ottenere la firma di undici Paesi in calce alla dichiarazione che condanna l'attacco con armi chimiche avvenuto a Damasco il 21 agosto «di cui il governo siriano viene ritenuto responsabile» e chiede «una forte risposta internazionale». «Serve un chiaro messaggio perché certe atrocità non si ripetano più» sottoscrivono, con gli Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Italia, Regno Unito, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Turchia e Spagna. Gli undici sollecitano l'Onu a presentare «prima possibile» i risultati dell'indagine sul campo e il Consiglio di sicurezza ad agire «di conseguenza», ma il documento non evoca mai l'attacco armato per cui gli Usa continuano a premere perché Bashar al Assad, dice Obama, «è una minaccia per la pace e la sicurezza mondiale». Da New York l'ambasciatrice all'Onu Samantha Power sentenzia: «Tutte le alternative all'azione militare sono state esaurite, Assad ha solo intaccato la sua enorme scorta di armi chimiche». Il vertice russo si conclude con un fallimento della diplomazia. «Abbiamo passato tutta la serata a parlare di Siria, ma siamo divisi a metà» sintetizza il presidente russo Vladimir Putin, citando il Papa, che oggi in piazza San Pietro guiderà la veglia di preghiera e digiuno per la Siria: «Non dobbiamo dimenticare il messaggio del Pontefice che si è espresso sull'inammissibilità dell'azione militare» dice prima di svestire gli abiti da colomba: «In caso di attacco, continueremo ad aiutare Damasco fornendo armi e intensificando la collaborazione umanitaria». Neppure l'incontro a sorpresa tra Obama e Putin, mezz'ora di faccia a faccia «amichevole», scioglie il gelo: «Ciascuno è rimasto sulle proprie posizioni» commenta Putin. Con la Francia unico alfiere rimasto nella rischiosa partita a scacchi contro Assad, sebbene deciso a non intervenire – chiarisce il presidente François Hollande – «senza aver prima letto il rapporto degli ispettori Onu», Obama resta fermo nella sua decisione. Se non si risponderà, avverte, «gli Stati canaglia penseranno di potere usare armi chimiche senza conseguenze». L'attacco può arrivare «in un giorno, una settimana, un mese», sarà «proporzionato e limitato». Il presidente americano, tuttavia, è costretto a frenare in attesa del dibattito parlamentare: «La mia richiesta di voto non è simbolica» sottolinea, mentre il suo staff precisa: senza il sì del Congresso potrebbe non esserci il raid. L'offensiva del presidente per convincere i riottosi prosegue: il primo voto del Senato è previsto mercoledì 11 settembre, data fortemente simbolica, ma il giorno prima Obama parlerà alla nazione per spiegare perché è necessario l'intervento contro un regime «che ha ucciso col gas 1429 persone». «Mosca si rifiuta di agire, anche all'Onu» accusa il consigliere della Casa Bianca Ben Rhodes, e «non ha nulla da aggiungere al dibattito in corso negli Usa» commenta davanti all'iniziativa russa di inviare una delegazione parlamentare negli Usa per parlare con i membri del Congresso. «Se gli Usa e gli alleati intervengono, si pongono fuori dal diritto internazionale» ripete la Russia, mettendo in guardia da possibili attacchi agli arsenali chimici: «L'attacco con il gas – sostiene Putin – è stata una provocazione per incoraggiare l'intervento esterno». La Cina continua a premere per la soluzione politica: «La crisi non si risolve con i bombardamenti» dice il presidente Xi Jinping a San Pietroburgo. E mentre il segretario dell'Onu Ban Ki-moon torna a dirsi contrario all'intervento, l'Unione europea cerca una difficile posizione comune. Oggi i 28 ministri degli Esteri si incontreranno a Vilnius, dove è atteso anche il segretario di Stato Usa John Kerry. «L'Europa – chiede il francese Laurent Fabius – riconosca almeno la responsabilità di Assad nel massacro». ©RIPRODUZIONE RISERVATA