Senza Titolo

di Gabriele Rizzardi wROMA La paralisi del Parlamento è scongiurata, almeno per adesso. Il governo ha infatti accettato di rinviare a settembre il primo voto sul disegno di legge costituzionale per le riforme, e il Movimento 5 Stelle ha annunciato l'immediato stop all'ostruzionismo. «Abbiamo ottenuto che si voti dal 6 al 9 settembre. Faremo una grande manifestazione per informare la gente» spiega un soddisfatto Riccardo Nuti. La schiarita arriva al termine di una convulsa giornata che si apre con il primo via libera per il decreto del Fare. Dopo una lunga ed estenuante maratona andata avanti per 48 ore e scandita da duri scontri in aula, la Camera ha infatti approvato con 344 sì e 136 no l'importante decreto che ora torna all'esame di palazzo Madama. Il tormentato via libera è stato accolto dai deputati della maggioranza con un lungo applauso liberatorio. «Abbiamo dimostrato che la necessità di risolvere le urgenze vere dell'Italia è più forte del peggior ostruzionismo» ha commentato a caldo il capogruppo dei deputati Pd, Roberto Speranza. Il provvedimento voluto dal governo per rispondere all'esigenza di rilanciare l'economia e semplificare le procedure burocratiche ha ottenuto il disco verde ma la tensione resta alta per tutta la giornata.Per ottenere il rinvio del voto sulle riforme i capigruppo di Sel e M5s chiedono un incontro con Enrico Letta. Ma il movimento di Grillo, che arriva ad invocare l'intervento di Giorgio Napolitano, rinvia l'incontro con il premier per riunirsi in assemblea e discutere il da farsi. Sel viene invece ricevuto da Letta, ma il faccia a faccia non porta al risultato sperato. «E' stato un incontro interlocutorio...» ammette, deluso, il capogruppo di Sel, Gennaro Migliore. A quel punto, le diplomazie si mettono a lavoro e il ministro Quagliariello fa sapere che si sta lavorando su una proposta di mediazione che prevede l'incardinamento del provvedimento entro luglio e il voto finale a settembre, ma con i tempi contingentati (che escludono la possibilità di fare ostruzionismo). Cosa che i 5 Stelle vogliono evitare. La questione viene affrontata dalla conferenza dei capigruppo di Montecitiorio che si riunisce per quasi due ore e alla fine trova il compromesso: il provvedimento sarà in aula alla Camera per la discussione generale il primo e il 2 agosto. Poi si voterà dal 6 al 9 settembre, con tempi contingentati. «Ma saranno contingentati in modo largo, non mancherà il tempo per la discussione» assicura Pino Pisicchio (gruppo Misto). Anche ieri, nell'aula di Montecirio, non sono mancati i momenti di tensione. Tutto comincia quando il deputato 5 Stelle, Andrea Colletti, interviene per denunciare il decisionismo del Colle: «Non siamo in una monarchia costituzionale con a capo re Giorgio primo». A quel punto, sul deputato pentastellato si abbate l'ira della Boldrini. «Non si può tirare in ballo il presidente della Repubblica...» taglia corto la presidente della Camera. Napolitano non si può nominare? In aula esplode la bagarre. Poi, in serata, arriva una nota del Quirinale che definisce «semplicemente ridicolo» il tentativo di «far ritenere che il presidente della Repubblica aspiri a non essere nominato o citato in modo appropriato nel corso delle discussioni in Parlamento». La presidente della Camerta è avvertita. La lista dei decreti e dei disegni di legge che debbono essere approvati entro agosto è lunga. I più urgenti da esaminare sono il decreto Ilva, che scade il 3 agosto, e il decreto Ecobonus, che scade il 4 agosto. Il 27 agosto scade anche il decreto Lavoro, che è al Senato, mentre il 28 agosto scadono i termini anche per lo Svuotacarceri. Ma ci sono altri due provvedimenti non urgenti sui quali però il governo punta molto: il disegno di legge che cancella il finanziamento pubblico dei partiti e la delega fiscale che contiene la riforma del catasto. C'è poi il tormentato disegno di legge sull'omofobia che spacca il Pdl e sul quale il Pd non accetta passi indietro o dilazioni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA