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di Gabriele Rizzardi wROMA La mozione Giachetti sulla legge elettorale, che prevede l'immediato ritorno al Mattarellum, spacca il Pd e mette a dura prova il governo delle larghe intese. L'ennesima grana esplode nel giorno in cui Camera e Senato approvano la mozione della maggioranza sulle riforme istituzionali che rinvia al dibattito in Parlamento il nodo della legge elettorale e impegna il governo a presentare entro giugno un disegno di legge costituzionale per avviare la riforma che dovrebbe essere approvata entro 18 mesi. Alla Camera, i sì sono 436, i no 134 e 8 gli astenuti. Al Senato, i voti favorevoli sono 224, i contrari 61 e gli astenuti 4. «Al percorso delle riforme costituzionali si lega la vita di questa legislatura» dice a Palazzo Madama e poi a Montecitorio il premier Enrico Letta, che parla a deputati e senatori dopo l'accordo faticosamente raggiunto nella notte sulla legge elettorale. La mozione di maggioranza evita accuratamente il tema, scompare la "clausola di salvaguardia" che si limitava a un semplice ritocco del Porcellum, ci si limita a dire che alla fine del percorso riformatore ci dovrà essere un nuovo sistema «coerente» con le regole che saranno ridisegnate. E se si dovesse rendere necessario un intervento «urgente» sulla legge elettorale, si dovrà cercare la massima «condivisione». Un percorso che ottiene l'ok del Pdl (che vorrebbe tenersi il Porcellum) ma che non convince affatto l'ex radicale, ora renziano e vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, che raccoglie 100 firme (compresa quella di Antonio Martino del Pdl) e presenta una mozione che chiede il ritorno al Mattarellum, cioè al sistema maggioritario (ma con un 25% di proporzionale) in vigore prima dell'avvento del Porcellum nel 2005. Nel gruppo del Pd scatta l'allarme e al termine di una infuocata riunione si decide di votare contro la mozione Giachetti, dietro al quale si intravede lo zampino di Matteo Renzi, che vuole andare al voto il prima possibile e tiene sulle spine Enrico Letta. «Non vorrei che facessero melina, che il governo di larghe intese diventasse il governo di lunghe attese», dirà più tardi il sindaco di Firenze a "otto e mezzo". «Trovino una legge elettorale perché con il Porcellum non si va da nessuna parte». In sostegno di Giachetti si schierano 43 parlamentari. Oltre ai renziani (34), ci sono anche Pippo Civati, i prodiani Sandra Zampa, Sandro Gozi, Franco Monaco, Walter Tocci, mentre tra i 5 e i 10 veltroniani si astengono. A quel punto, Enrico Letta fa la voce grossa e nell'aula di Montecitorio invita Giachetti a ritirare la mozione ma lui non ci sta e tira dritto. La mozione, alla fine, viene bocciata con 415 no ma i voti a favore sono ben 134 e 8 gli astenuti. Da dove arrivano tutti questi voti? A favore di un ritorno del Mattarellum si schierano in blocco i deputati del Movimento 5 Stelle (109) e di Sel, nessuno del Pd. Un risultato che non impone al governo un cambio di rotta ma lo obbliga ad una riflessione. Anche perché a criticare la scelta di non contrariare il Pdl con una proposta che prevederebbe l'immediata cancellazione del Porcellum non sono solo i renziani. «Il governo deve essere al servizio e non condizionare il processo riformatore. Non può legare la sua sopravvivenza al merito delle riforme perché la Costituzione non è uno strumento in mano alla maggioranza. Non è uno strumento attraverso il quale si esercita il potere. La Costituzione è di tutti, è soprattutto delle minoranze» affonda Rosy Bindi. A fine giornata, Enrico Letta può tirare però un sospiro di sollievo e spiega che il no alle mozioni presentate da Giachetti, dalla leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, e dal vicecapogruppo dei deputati del M5S, Riccardo Nuti, non è di merito ma di metodo. «Della legge elettorale se ne parlerà all'interno del percorso riformatore. Mettere il carro davanti ai buoi vuol dire far deragliare il carro» spiega il premier, che non se la sente in questo momento di andare allo scontro con il Pdl sul Mattarellum. ©RIPRODUZIONE RISERVATA