Londra piange la sua "Lady di ferro"

di Alberto Flores d'Arcais É morta per un ictus nella suite dell'Hotel Ritz di Londra dove viveva da tempo, ma già da anni era una donna malata. Con la scomparsa di Margaret Thatcher si chiude, anche simbolicamente, un'epoca che ha segnato profondamente la seconda metà del Novecento. In cui negli anni Ottanta (insieme a Ronald Reagan), ha rivoluzionato, nel bene e nel male, la politica e l'economia delle democrazie occidentali uscite dalla Seconda Guerra Mondiale. Era «The Iron Lady», la «Lady di ferro». Un soprannome che le era stato affibbiato da un giornale russo quando nel 1976, diventata leader dei Tories - il partito conservatore britannico - aveva duramente criticato le repressioni in corso in Unione Sovietica. Un soprannome azzeccato e preveggente. Perché quando nella primavera del 1979 arrivò al potere sconfiggendo i laburisti di Jim Callaghan, la signora Thatcher si dimostrò subito una combattente nata, pronta a sfidare i vecchi potentati in nome di due o tre idee in cui credeva ciecamente: l'ultraliberismo in campo economico, la lotta al comunismo sovietico, un nuovo nazionalismo britannico. Era appena finito «the winter of discontent», quell'inverno dello scontento in cui (parafrasando l'incipit del Riccardo III di Shakespeare) un partito laburista diviso si era dimostrato incapace di fronteggiare i problemi di un paese in grande mutazione. Con una famoso slogan (Labour isn't Working), la promessa di una guerra senza quartiere ai sindacati e della privatizzazione delle malmesse industrie di Stato, la «Lady di ferro» entró trionfalmente al numero 10 di Downing Street. Dove sarebbe rimasta per la cifra record di undici anni, prima donna a guidare il governo di una grande democrazia occidentale. Il suo approccio fu sin dall'inizio radicale. Decise di andare allo scontro frontale con le potenti Unions, in primo luogo contro il sindacato dei minatori che venne sconfitto dopo un lunghissimo braccio di ferro e uno sciopero lungo un anno. Amata dai suoi, odiata dagli avversari, riuscì a smantellare lo stato sociale e un welfare che per decenni era stato portato ad esempio. Con le privatizzazioni, i tagli alle tasse e al budget e una deregulation spesso selvaggia spaccò il tessuto sociale inglese e le due Inghilterre di sempre si scontrarono in quella che è stata probabilmente l'ultima vera lotta di classe in Europa. Per il ceto più povero e indifeso quella politica ebbe un effetto devastante, ma molti inglesi per la prima volta ebbero la possibilità di avere una casa di proprietà (grazie alla privatizzazione delle cosiddette council home) e si arricchirono investendo in Borsa. Una cura monetarista che portò alla recessione, superata anche grazie alle nuove risorse in arrivo dai pozzi petroliferi del Mare del Nord. Fu insieme a Ronald Reagan (e prima di lui) la paladina del libero mercato assoluto. Con il presidente americano le affinità erano molte e la «Lady di ferro» divenne il perfetto partner. Alleato decisivo negli ultimi anni della guerra fredda e nello scontro finale contro l'Impero del Male, l'Unione Sovietica che sotto la guida di Mikhail Gorbaciov aveva iniziato a riformarsi prima di collassare (insieme a tutto il blocco comunista dell'est europeo) nel giro di pochi anni. Un atteggiamento che la rese popolare tra le popolazioni sotto il «tallone di ferro» sovietico anche quando nel resto d'Europa Margaret Thatcher era il nemico numero uno delle socialdemocrazie. Al contrario dei leader storici conservatori, Margaret Thatcher veniva dalla piccola borghesia (il padre aveva un negozio di alimentari) e questo, stando a quanto raccontava lei stessa, l'ha aiutata a capire cosa passava nella testa (e nella pancia) degli inglesi. Che furono con lei nella sue battaglie anti-europeiste, quando si scagliava contro il Belgian Empire, la commissione europea allora guidata dal socialista francese Jacques Delors. O come quando riportò in guerra i soldati inglesi 37 anni dopo la fine del conflitto mondiale. Fu una scelta di principio: difendere il diritto degli abitanti delle Falkland a restare sotto il dominio britannico. Una guerra che si svolse tra grandi polemiche e marce pacifiste, ma il risultato fu un indubbio successo. E provocò la fine della più feroce dittatura militare latino-americana. Nemico giurato dell'Ira sfuggì miracolosamente al devastante attentato con cui i militanti cattolici distrussero il Grand Hotel di Brighton, un po' troppo amica dell'apartheid sudafricana definì Nelson Mandela un «terrorista». A sconfiggerla non furono i laburisti con le elezioni, ma venne tradita dai suoi conservatori in un classico «golpe» di palazzo. «Ha salvato il nostro Paese», dice il premier inglese David Cameron e Barack Obama commenta «L'America perde con lei una vera amica». Per «Maggie» funerali solenni, ma non di stato. ©RIPRODUZIONE RISERVATA