Sentenza Adriatici, parla l'avvocato Gastini: "Andremo fino in fondo"

Video Un fulmine a ciel sereno». L’avvocato difensore Luca Gastini è il primo del pool difensivo a uscire dall’aula dove Massimo Adriatici siede sul banco degli imputati ancora attonito. La sentenza è stata appena pronunciata. Adriatici non rilascia dichiarazioni. Lo fa al suo posto l’avvocato, che non nasconde il suo turbamento: «Affronteremo anche questa. Cercheremo di aspettare questi tre mesi per il deposito della sentenza, che siamo molto curiosi di leggere. Sono convinto che la verità verrà fuori, le corrette sentenze verranno fuori. Il processo è fatto di tre gradi di giudizio proprio perché nei gradi precedenti si può sbagliare. Andiamo quindi fino in fondo». L’appello della difesa, una volta depositate le motivazioni, appare scontato. «Qui c’è un problema di qualificazione giuridica di un fatto che è rappresentato bene da un video – aggiunge l’avvocato Gastini –. Come siano andate le cose è lì da vedere. La telecamera riprende tutto, tranne il secondo in cui è avvenuto lo sparo. Bisognerebbe pensare quindi che in quel secondo si è formata la volontà di uccidere in una persona che aveva da poco subito un’aggressione». La difesa aveva chiesto l’assoluzione invocando «l’incapacità naturale» dell’imputato al momento del fatto, perché il colpo di pistola, secondo i consulenti di Adriatici, fu esploso non in modo cosciente, ma in un momento di «blackout mentale». Una tesi che poteva portare (e questa era in parte una speranza della difesa) a una riqualificazione del capo di imputazione in un’accusa più lieve , come un delitto colposo o preterintenzionale

Fu omicidio volontario: parla l'avvocato della famiglia El Boussettaoui

Video «Te l’avevo promesso o no? L’avevo promesso dal primo giorno, ti ricordi»? L’avvocato Marco Romagnoli, legale di parte civile insieme a Debora Piazza, esce dall’aula abbracciato a Mohamed El Boussettaoui, il padre della vittima. L’uomo che la mattina del 21 luglio di cinque anni fa scoprì della morte del figlio solo facendo il giro degli ospedali, preoccupato perché il giorno prima Younes non si era presentato nella loro casa a Livorno Ferraris, in Piemonte, per la festa del Sacrificio, celebrazione importante per i musulmani. L’avvocato cinge le spalle dell’uomo, che insieme alla moglie, Hafida Rabia, non ha mai perso una tappa dei due processi a carico di Massimo Adriatici. L’avvocata Piazza, con le lacrime agli occhi, accompagna invece Bahija El Boussettaoui, la sorella della vittima, la più battagliera della famiglia. «Non ci aspettavano una pena perfino più alta della richiesta del procuratore, ma siamo contentissimi – dice –. Lo saremo ancora di più quando vedremo l’imputato dietro le sbarre. Dall’inizio diciamo che fu un omicidio volontario. Abbiamo aspettato cinque anni ma alla fine abbiamo avuto ragione». Video Garbi, servizio Fiore

Sentenza Adriatici, la famiglia della vittima: "Lo diciamo da subitio: fu omicidio volontario, abbiamo aspettato 5 anni ma abbiamo avuto ragione"

Video «Te l’avevo promesso o no? L’avevo promesso dal primo giorno, ti ricordi»? L’avvocato Marco Romagnoli, legale di parte civile insieme a Debora Piazza, esce dall’aula abbracciato a Mohamed El Boussettaoui, il padre della vittima. L’uomo che la mattina del 21 luglio di cinque anni fa scoprì della morte del figlio solo facendo il giro degli ospedali, preoccupato perché il giorno prima Younes non si era presentato nella loro casa a Livorno Ferraris, in Piemonte, per la festa del Sacrificio, celebrazione importante per i musulmani. L’avvocato cinge le spalle dell’uomo, che insieme alla moglie, Hafida Rabia, non ha mai perso una tappa dei due processi a carico di Massimo Adriatici. L’avvocata Piazza, con le lacrime agli occhi, accompagna invece Bahija El Boussettaoui, la sorella della vittima, la più battagliera della famiglia. «Non ci aspettavano una pena perfino più alta della richiesta del procuratore, ma siamo contentissimi – dice –. Lo saremo ancora di più quando vedremo l’imputato dietro le sbarre. Dall’inizio diciamo che fu un omicidio volontario. Abbiamo aspettato cinque anni ma alla fine abbiamo avuto ragione». Alla lettura della sentenza sono presenti anche i due fratelli di Younes El Boussettaoui, che al processo avevano raccontato dei mesi difficili che avevano preceduto la tragedia. Dai loro racconti era emerso che la vittima, che aveva moglie e due figli in Marocco e in Italia aveva sempre vissuto con i genitori e con la sorella, prima a Novara e poi a Livorno Ferraris, a un certo punto aveva manifestato disturbi mentali. «Vedeva angeli e diavoli, aveva le allucinazioni, parlava con persone inesistenti – avevano spiegato la sorella e i fratelli –. Quando ha cominciato a prendere le cartacce da terra per mangiarle abbiamo cercato di farlo ricoverare». Ma nonostante un ricovero in ospedale nulla era cambiato: le strade di Voghera erano diventate la sua casa. Video Garbi, servizio Maria Fiore

Caso Adriatici, la sorella di Youns: "Vogliamo chiarezza"

Video Parla Bahija El Boussettaou, sorella di Youns El Boussettaou ucciso da un colpo di pistola esploso da Massimo Adriatici, di fronte al palazzo del tribunale di Pavia torna a chiedere chiarezza: "Sono serena, c'è chi fa il suo lavoro per cercare chiarezza e giustizia" ha detto la donna, che ha parlato anche del nuovo processo per l'accusa di omicidio volontario. "Non è stato facile ottenere il cambio dell'accusa - aggiunge - ma l'importante è esserci riusciti".