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L'affondoFamiglia del bosco,Meloni sbagliaBuongiorno ai lettori.Vorrei parlare della, ormai, arcinota vicenda della «famiglia della casa nel bosco» salita agli onori della cronaca da qualche mese ma esplosa dopo le dichiarazioni fatte dall'attuale capo del governo. Le testuali parole delle dichiarazioni sono queste: «Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vanno educati i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici perché i figli non sono dello Stato. I figli sono delle mamme e dei papà e, uno Stato che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti e una magistratura che pretenda di sostituirsi a loro ha dimenticato i suoi limiti».Tutto quello che il premier vorrebbe che lo Stato non facesse, in effetti viene fatto.All'età di sei anni (almeno in Italia) i bimbi vengono tolti alla famiglia ed entrano per nove mesi all'anno in una «casa famiglia» chiamata «scuola» dove vengono istruiti ed educati ad uno «stile di vita» secondo i dettami dello Stato e non quelli della famiglia di origine.Questo avviene per almeno 10 anni (scuola dell'obbligo). Per inciso ricordo che proprio questo governo ha emanato il D.L. 123/23 (decreto di Caivano) che punisce con la reclusione fino a due anni i genitori i cui figli non ottemperano a questo obbligo. Tralasciamo il servizio militare obbligatorio (12-18 mesi continuativi) in vigore fino al 31/12/2004 durante il quale, come si diceva allora, veniva «raddrizzata la schiena». Mi sembra che lo Stato interferisca, eccome, nella vita privata. Ma trovo che sia giusto così. Vi immaginate uno Stato composto da «famiglie delle case nel bosco» dove ognuno la pensa e agisce a modo suo? Assomiglierebbe ad un condominio pieno di inquilini litigiosi sempre pronti a scannarsi per i più futili motivi. Gli Stati si sono organizzati e date leggi proprio per evitare questi inconvenienti.I giudici applicano queste leggi, giuste o sbagliate, non fatte da loro ma dai parlamentari. Signora Meloni, tante volte prima di parlare valuti attentamente quello che dice, visto che sta mettendo in discussione l'operato di un tribunale dei minori senza sapere come e perché si è arrivati ad una cerca decisione e il modus operandi di uno Stato di cui Lei è un esponente di spicco.Non denigri la magistratura per qualche «sì» in più al referendum che si terrà fra qualche giorno. Lei faccia bene il suo lavoro e lasci che i giudici facciano il loro senza una o più spade di Damocle sulla testa. Distinti salutiAurelio Mariani. PaviaUrbanisticaRecuperiamo benele aree dismesseEgregio Direttore,sono nato e cresciuto a Pavia e, anche se ora vivo e lavoro a Milano come avvocato giuslavorista, rimango molto legato alla mia città: sono, peraltro, orgogliosamente abbonato alla Provincia, da cui seguo il dibattito cittadino.Di recente un caro amico, che come me lavora a Milano, ha comprato casa a Pavia: prezzi più accessibili, servizi impensabili nell'hinterland, università, policlinico, il tutto a mezz'ora di treno dall'ufficio. Poi leggo sul vostro giornale il dato: più 21,4% di compravendite residenziali nei primi nove mesi del 2025, il doppio della media nazionale. Pavia è addirittura nona in Italia. Non un caso isolato, ma un fenomeno strutturale: come ho modo di vedere nella mia professione, lo smart working ridisegna le abitudini collettive e la geografia della residenza, e città come Pavia saranno investite in modo crescente da questa domanda.Pavia ha un patrimonio di aree industriali dismesse imponente: la Necchi, la Neca, l'ex Dogana, l'ex SNIA Viscosa, l'ex Fiat, gli Arsenali, Piazzale Europa. Centinaia di migliaia di metri quadrati, dalla stazione al fiume, che nei miei ventotto anni ho sempre visto come spazi vuoti e inaccessibili, ma che sono la testimonianza del passato industriale della nostra città. Il PGT in fase di redazione dovrà affrontarne la rigenerazione, come la stessa Valutazione Ambientale Strategica prevede.La riqualificazione comporterà una quota significativa di nuova residenza. Ma perché la trasformazione sia economicamente sostenibile, non basterà la domanda interna: sarà indispensabile attrarre professionisti, famiglie e aziende che scelgano Pavia come luogo dove vivere e lavorare. Il dato sulle compravendite dice che questo movimento è già in corso; la domanda è se la città saprà governarlo.La rigenerazione di queste aree dovrà essere coordinata da studi di fattibilità che analizzino ciascun sito nella sua specificità e nelle interrelazioni reciproche. L'ex SNIA non è uguale all'ex Necchi, che non è uguale all'Arsenale: ciascuna ha una vocazione diversa. Solo un disegno coordinato può individuare gli usi più opportuni ed evitare duplicazioni e sprechi che Pavia non si può più permettere.Se queste trasformazioni porteranno a Pavia alcune migliaia di nuovi abitanti, la città dovrà garantire servizi scolastici, sportivi, amministrativi, culturali e di trasporto adeguati ai bisogni dei cittadini attuali e di quelli che arriveranno - senza dimenticare gli studenti fuori sede, che già gravano sui servizi pur non figurando tra i residenti. Dove manderanno a scuola i figli? In quale piscina nuoteranno, visto che l'unica coperta è chiusa dal 2023? Il patrimonio di servizi pubblici - dagli impianti sportivi alle scuole, dagli asili agli uffici comunali - è ormai desueto e insufficiente anche per la cittadinanza attuale. Immaginare che regga un incremento significativo di residenti senza un piano di adeguamento è, con rispetto, un esercizio di fantasia.Le soluzioni esistono, e si sviluppano lungo tre direttrici complementari. La prima passa attraverso accordi di programma e di partenariato pubblico-privato tra il Comune e i soggetti attuatori del recupero delle aree dismesse: quando un'area viene rigenerata, la prassi più avanzata prevede che gli accordi includano servizi pubblici a carico, in tutto o in parte, di chi costruisce, anche ipotizzando la rilocalizzazione di spazi destinati a funzioni collettive all'interno delle nuove trasformazioni. È il principio della creazione di standard urbanistici adeguati, per cui la trasformazione urbana produce beneficio collettivo e non solo profitto privato.La seconda direttrice riguarda la promozione di nuove opere pubbliche attraverso procedure concorsuali finanziate direttamente dalla pubblica amministrazione. E qui viene il punto decisivo: dove trovare le risorse? Una strada concreta potrebbe essere la razionalizzazione del patrimonio immobiliare comunale. Ciò significa eseguire un inventario sistematico dei beni immobili di proprietà del Comune, programmare un piano delle alienazioni e delle valorizzazioni immobiliari, e utilizzare i proventi per finanziare strutture nuove, collocate dove effettivamente servono. A questo si può affiancare la rilocalizzazione di sedi di servizi pubblici oggi ospitati in edifici inadeguati, liberando immobili da destinare alla vendita o alla riconversione.La terza direttrice, che dà coerenza alle prime due, consiste nella rilocalizzazione di funzioni pubbliche attualmente ospitate da edifici inefficienti e ad alto consumo energetico. Non è un'idea nuova: è un'ipotesi prospettata già dal sindaco Lissia, che nel luglio 2024 evocò pubblicamente la necessità di ottimizzare un patrimonio edilizio che è assolutamente obsoleto ed energivoro. Ma perché funzioni, questa operazione non può restare un'enunciazione di principio: dev'essere inserita in un piano organico, con obiettivi, tempi e priorità definiti, e non ridursi a una cessione episodica dettata dall'emergenza di bilancio.Le aree dismesse sono la più grande risorsa di trasformazione che Pavia abbia mai avuto: possono diventare i nuovi quartieri di una città che cresce bene, con residenze, scuole, verde, servizi e connessioni pensati insieme. Oppure l'ennesima occasione mancata, fatta di cubature e servizi rimandati. La differenza la farà la capacità dell'Amministrazione di dettare le regole del gioco prima che il gioco cominci: il momento è cruciale e la politica cittadina dovrà essere all'altezza.Filippo Bordon