Senza Titolo

«Spetta al Parlamento dimostrare se è in grado di ascoltare la realtà di donne che scelgono con consapevolezza di diventare madri anche fuori dal perimetro della famiglia tradizionale». L'appello di Evita, 40enne torinese, dopo la sentenza della Corte costituzione che ha respinto la questione di legittimità sollevata sull'art. 5 della Legge 40, in un procedimento innescato da un suo ricorso per far riconoscere la possibilità anche alle donne single di accesso alla procreazione medicalmente assistita (Pma). La sentenza della Consulta, aggiunge Evita, è «un'occasione mancata per affermare con chiarezza che il desiderio di genitorialità non può essere filtrato da pregiudizi, né condizionato da schemi ormai superati». La Corte Costituzionale definisce «non irragionevole né sproporzionata la legge che non consente alla donna singola di accedere alla Pma», ma aggiunge che non vi sarebbero ostacoli di natura costituzionale in caso di eventuale intervento del Parlamento per estendere l'accesso alla Pma. «Sono dispiaciuta per il mancato accoglimento della questione», ammette la 40enne che si era rivolta lo scorso anno ad una clinica Toscana per accedere alla Pma, sentendosi negare tale possibilità in quanto vietata dalla legge. Così aveva presentato un ricorso al Tribunale di Firenze, il quale ha poi sollevato la questione di costituzionalità, a cui si sono aggiunti quelli di un'altra donna, Serena, e dell'Associazione Coscioni, che parla di «occasione mancata per superare la discriminazione delle single». --