Il "Capodanno" agricolo mai dimenticato
Da secoli la ricorrenza di San Martino, l'11 novembre, rappresenta una sorta di "Capodanno agrario" in cui si concludevano e si rinnovavano i contratti tra i proprietari dei fondi e delle cascine e i fittabili, e fra questi ultimi e i salariati, cioè i contadini che risiedevano e lavoravano in cascina. Consuetudine codificata sia in pianura sia in collina, dove la ricorrenza è ancora oggi celebrata a suon di vino novello e di castagnate, anche nei documenti ufficiali delle cascine. Marta Sempio, imprenditrice agricola che guida Confagricoltura Pavia, è la titolare di cascina Tessèra di Valeggio, lungo la provinciale per Alagna e Dorno.il ritrovamento«Abbiamo trovato - spiega - che alla metà del Seicento i marchesi Busca, proprietari della cascina, avevano preparato in via preventiva un capitolato per l'affitto della possessione Tessèra: con questo termine, usato ancora oggi nel gergo agricolo lomellino ("pusión"), s'indica una proprietà, notevolmente estesa, di terre e di immobili. I Busca avevano affidato la conduzione della tenuta a un agricoltore, tale Francesco Farina, con il contratto d'affitto in vigore dal novembre 1650, presumibilmente dall'11». Lungo i secoli la ricorrenza di San Martino, in cui il mondo agricolo rinnova (o conclude) i contratti, non sarà abbandonata in campagna. «Ancora nel 1911 - prosegue Sempio - la nobile casa Busca Sormani accettava di rinnovare l'affitto quinquennale dei locali adibiti a uffici municipali e a scuole con un canone d'affitto di 400 lire annue: l'accordo sarà in vigore dall'11 novembre 1911 all'11 novembre 1916. Nello stesso giorno del 1914 scadeva l'affitto dell'abitazione del medico e il consiglio comunale autorizzava il sindaco a rinnovare il contratto con la nobile casa Busca Sormani per "l'anno agricolo" che va dall'11 novembre 1914 all'11 novembre 1915 al prezzo di 325 lire».la testimonianzaA Olevano l'89enne Carlo Arrigone è uno degli ultimi "ciacaré" (piccoli proprietari terrieri) della Lomellina e cofondatore del Museo di arte e tradizione contadina. Nel 2000 ha scritto il libro "Le stagioni del contadino", in cui passava in rassegna, con molta passione e competenza, i mesi del lavoro rurale, le scadenze fisse (aratura, semina, raccolto), i giochi dei bambini, il bestiame, i detti e i motti, la cucina, le fiere e i mercati. «Un tempo - ricorda - San Martino era forse la data principale del mondo contadino: se in quel giorno un fittabile doveva abbandonare la cascina, portava con sé tutta la "roba": non solo le bestie e i "pindìsi", cioè le scorte alimentari, ma anche gli stessi salariati e le loro famiglie, forma di consuetudine medievale che considerava questi contadini qualificati come "s-ciavandé", termine dialettale che ha la stessa radice di schiavo». Il fittabile aveva apprezzato il valore dei suoi salariati, in particolare dei suoi mungitori, i "fämäj", che conoscevano a menadito le abitudini e le caratteristiche dei buoi e delle vacche di proprietà del fittabile. «Fare San Martino - conclude Arrigone - diventava così una specie di domino fra un paese e l'altro: le persone di ogni età, che a metà novembre lasciavano una cascina, venivano necessariamente rimpiazzate da altre e così via». --Umberto De Agostino