Alessandro Pagano, genio e sregolatezza «Quella volta a S. Siro, io e Roby Baggio»
IL PERSONAGGIOEstro e creatività lo hanno sempre accompagnato nella sua traiettoria da calciatore, che lo ha portato a firmare un contratto con l'Hellas Verona in serie A. «In quel momento ho coronato il sogno che avevo da bambino. Credo che nove bambini su dieci, sognino di arrivare in A, anche se poi non ci ho mai giocato», racconta Alessandro Pagano, oggi 52enne, allenatore con tante esperienze nel calcio provinciale, l'ultima vissuta alla guida del Casteggio in Eccellenza. Dove si è vista la miglior versione del Pagano calciatore?«Direi tra Castel di Sangro, in C1, e nel periodo a Siena, dove abbiamo vinto il campionato di C1 e siamo saliti in B. Tra l'altro, ho segnato il primo storico gol del Siena nei cadetti». Che calciatore era A?«Non mi piaceva troppo correre e sacrificarmi nel lavoro senza palla, mi salvavo con la tecnica e i colpi. Anche fuori dal campo, non facevo una vita da chierichetto. Mi piaceva divertirmi, andare a ballare, fumare qualche sigaretta. Anche nell'alimentazione, non seguivo schemi rigidi. Poi il fisico mi ha presentato il conto, magari con un altro stile di vita, avrei giocato più a lungo ad alti livelli, ma non ho rimpianti».Tra i vari mister incontrati, a chi è più grato? «Senza dubbio ad Antonio Sala, mi portò alla Vogherese a 23 anni, arrivavo dalla Caratese. Poi mi ha voluto con sé anche al Castel di Sangro e al Siena. Le mie caratteristiche di attaccante esterno erano congeniali al suo calcio. E' stato uno dei primi ad adottare il 4-3-3 di stampo offensivo, ai tempi lo usavano soltanto Sala, Delio Rossi e Zeman. E' stato un precursore».C'è stato un allenatore con cui ha avuto qualche screzio? «Generalmente andavo d'accordo con tutti. L'unico che mi ha messo fuori rosa è stato Papadopulo a Siena, perchè mi vedeva come un uomo legato a Sala, di cui prese il posto. Il pubblico di Siena iniziò a invocare il mio nome allo stadio; cosi, dopo una settimana, fu costretto a reintegrarmi. Poi, a dicembre, decisi di andare a Lecco, mi chiamò il ds Osvaldo Verdi, che avevo conosciuto a Voghera».Un aneddoto divertente della sua carriera? «E' legato al ritorno degli ottavi di Coppa Italia, Castel di Sangro-Inter . Avevamo uno stadio da 10mila posti, e si era scatenata un'ossessiva caccia al biglietto. Io ne procurai uno ad un tifoso che mi diede in cambio un vaso pieno di tartufi bianchi. Ho mangiato tartufi per un mese di fila, lo grattugiavo anche per i piccioni...».Un ricordo di quella doppia sfida con l'Inter? «A San Siro, fu un'emozione speciale, ricordo il riscaldamento nella palestra insieme ai giocatori dell'Inter, l'uscita dal tunnel e la visione imponente di San Siro. A fine partita, scambiai la maglia con Roby Baggio.. Peccato perchè perdemmo 1-0 all'andata, poi al ritorno eravamo andati in vantaggio e a 5' dal 90', fu concesso un rigore "generoso" all'Inter, trasformato da Djorkaeff».Parlando del Pagano allenatore. Come vive questa seconda vita nel calcio? «Ho un lavoro, mi occupo della parte commerciale di un'azienda di panificazione, faccio l'allenatore per passione e divertimento. Non ho mai avuto la mira di arrivare nei professionisti come mister. Ci tengo però a dire che ogni categoria me la son guadagnata sul campo, con i risultati. La soddisfazione più bella è l'affetto e la stima che mi dimostrano sempre i giocatori».Ha digerito l'esonero dal Casteggio? «È' stato un fulmine a ciel sereno. L'obiettivo era la salvezza, e avevamo 8 punti di margine sui play out, con i play off a -3, ma con la dirigenza del Casteggio sono rimasto in ottimi rapporti. Il mio nome sarà sempre legato alla storia del Casteggio, con cui abbiamo centrato il doblete, vincendo campionato e Coppa Italia di Promozione. Mi sentivo mal sopportato da qualcuno del pubblico, che rosicava anche quando vincevamo, ma nella vita non si può piacere a tutti».E' pronto per una nuova panchina? «Finora non mi ha chiamato nessuno, ma il mio telefono è sempre acceso. Non guardo alla categoria, mi interessa la serietà delle persone».Come descriverebbe il Pagano allenatore? «Dicono che curo poco la fase difensiva, ma i numeri raccontano il contrario. A livello caratteriale, se vogliono un sergente di ferro, è meglio che si rivolgano a qualcun altro. Mi piace dialogare e costruire un rapporto empatico con i giocatori. Sarà soprattutto per questo motivo che i giocatori mi vogliono, mentre presidenti e direttori sportivi fanno fatica a chiamarmi». --ALESSANDRO QUAGLINI