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Attorno al tavolo con tutta la maggioranza. Per ripetere che la prossima non dovrà e non potrà essere una manovra elettorale, perché l'orizzonte deve rimanere quello «della legislatura» - e non delle Europee di giugno. E anche perché i margini sono stretti e le (poche) risorse oggi disponibili vanno concentrate sull'essenziale, famiglie e lavoro. Giorgia Meloni prepara il vertice di domani con i capigruppo del centrodestra per focalizzare le priorità. Agire con calma e attenzione per evitare, alla ricerca di consenso immediato, di lasciare sul campo, dicono dal governo, «macerie economiche e finanziarie». Come si sta dimostrando il Superbonus, il vero tallone d'Achille della manovra nell'analisi dell'esecutivo. È l'eredità del governo Conte a «zavorrare» la politica economica, il leitmotiv ripetuto da ministri e sottosegretari, da ultimo il fidatissimo Giovanbattista Fazzolari. Ciononostante l'impegno di Palazzo Chigi e del Mef è tutto concentrato a reperire i fondi necessari non solo a confermare il taglio del cuneo fiscale, ma anche a dare ossigeno alle famiglie che scontano un caro-vita che si impenna mentre i salari restano sostanzialmente fermi. La premier chiama alla responsabilità i partiti che la sostengono in un confronto che, spiegano dal governo, è normale tra forze politiche che lavorano in sintonia. Una dinamica che si era un po' persa negli ultimi anni, è il ragionamento, per le tensioni tra partiti ed esecutivi non politici. Il tempo delle scelte però si presenta più complicato di quanto la premier avrebbe sperato. Con una manovra che, per rispondere alle necessità base, dovrebbe aggirarsi attorno ai 30 miliardi, al momento sono almeno la metà quelli che mancano. Soprattutto se, come ripetono dal Mef, non si ricorrerà alla leva del deficit. Una mano arriverà dalla tassa sugli extraprofitti delle banche che sulla carta potrebbe valere fino a 3,8 miliardi ma nella sostanza si capirà solo dopo il passaggio parlamentare che non si preannuncia facile. Forza Italia ha già detto in ogni sede che la tassa va ridimensionata per proteggere gli istituti più piccoli e lo stesso Giancarlo Giorgetti ha aperto alle modifiche. Ci sono poi i classici incassi dalla lotta all'evasione che, però, per loro natura sono incerti e difficili da utilizzare a copertura di spese certe. Altrettanto complesso il capitolo privatizzazioni: i fari sono tutti puntati su Mps, da cui il Mef prima o poi uscirà. Ma sul come e quando ci sono valutazioni ancora tutte da fare, come ha confermato anche il sottosegretario Federico Freni. L'altra chance da esplorare resta quella dell'indicizzazione delle pensioni, che potrebbe essere di nuovo ridotta per gli assegni alti. La riunione servirà a chiarire il contesto in attesa che con la Nadef (e dopo i dati aggiornati dall'Istat) vengano delineati il quadro reale dei conti. Nel frattempo il governo si concentrerà anche sulle altre priorità, dalla gestione dei migranti (giovedì oltre al Cdm si riunirà il Cisr, convocato permanentemente) alla sicurezza. --