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Niccolò Carratelli Michela Tamburrino / Roma La nuova Rai dell'era Meloni prende forma, con il via libera ufficiale del consiglio di amministrazione alle nomine dei direttori di testate e generi, proposte dall'amministratore delegato Roberto Sergio. Ma, nello stesso giorno, perde un altro volto storico, con l'addio di Lucia Annunziata, che annuncia le sue dimissioni «irrevocabili», perché «non condivido nulla dell'operato del governo, né sui contenuti, né sui metodi - spiega -. In particolare, non condivido le modalità dell'intervento sulla tv pubblica». Dopo Fabio Fazio, quindi, la domenica di Rai 3 resta orfana di un'altra protagonista. Per una giornalista che esce e uno, Andrea Vianello, che viene esiliato alla tv di San Marino, ci sono altri che entrano. Uno su tutti, Gian Marco Chiocci, fin qui direttore dell'agenzia AdnKronos, fortemente voluto da Giorgia Meloni alla guida del Tg1. Mentre al Tg2 arriva, in quota Forza Italia, Antonio Preziosi e al Tg3 viene confermato Mario Orfeo. Unica casella lasciata alle opposizioni, nello specifico al Pd, anche se con un profilo non proprio in linea con il nuovo corso di Elly Schlein. Nessun cambio nemmeno a Rainews 24, dove continua Paolo Petrecca (anche lui vicino a Fratelli d'Italia), e ai Tg regionali, ancora in mano ad Alessandro Casarin. Tutto centrodestra, come pure RaiSport con Jacopo Volpi e i Gr Radio con Francesco Pionati. E tutti uomini, una tendenza confermata dalle nomine per i generi. Ad esempio, Marcello Ciannamea è il nuovo responsabile dell'intrattenimento Prime Time, Angelo Mellone del Day Time, Paolo Corsini guiderà la sezione Approfondimento. Per questo evidente divario di genere, la presidente della Rai, Marinella Soldi, che dieci giorni fa era stata decisiva per il via libera all'incarico a Sergio, questa volta si è espressa contro il pacchetto di nomine. Anche se c'è chi fa notare maliziosamente come, in questo caso, il suo no sia stato ininfluente. Per l'approvazione, infatti, bastavano tre voti ed erano sul tavolo dall'inizio: quello di Sergio, più quelli del consigliere leghista Igor De Blasio e della consigliera Simona Agnes, vicina a Gianni Letta. Contrari, invece, anche Francesca Bria (quota Pd) e Riccardo Laganà, rappresentante dei dipendenti. Ma ad alimentare i sospetti è l'astensione del consigliere targato 5Stelle, Alessandro Di Majo, che per la seconda volta decide così di non ostacolare le mosse dei nuovi vertici Rai: «Nessuna preclusione, ma nessuna cambiale in bianco - assicura - le singole decisioni saranno valutate volta per volta». La posizione morbida dell'uomo del M5S nel cda, però, irrita più d'uno dalle parti del Nazareno: «È un brutto segnale, si è avallato qualcosa di più di una semplice occupazione del servizio pubblico», dichiara Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Pd. E scatta subito il collegamento con le caselle che Giuseppe Conte è riuscito a ottenere in questa tornata di nomine. Come quella di Rai Parlamento, dove arriva Giuseppe Carboni, già direttore del Tg1 durante i due governi dell'ex premier. Poi Simona Sala, che dalla guida del Day Time si sposta a Radio2, mentre quello che era il suo vice, Adriano De Maio, anche lui apprezzato in ambienti M5S, ottiene la direzione Cinema e Serie tv. Claudia Mazzola, che un tempo seguiva il Movimento per il Tg1, passa dall'Ufficio studi alla presidenza di RaiCom. Infine, a viale Mazzini danno per certa una trasmissione affidata a Luisella Costamagna, giornalista talmente stimata da Conte da essere sondata come possibile candidata M5S alla Regione Lazio. Non saranno posti in prima fila, ma di certo i 5S sono andati meglio a questo giro rispetto al novembre 2021, quando al governo c'era Mario Draghi e proprio Carboni fu scalzato dal Tg1 da Monica Maggioni. «È una lottizzazione, che tiene fuori il partito di maggioranza relativa - aveva tuonato Conte all'epoca - gli esponenti M5S non parteciperanno più a programmi della tv pubblica». Poi sappiamo com'è andata. Ora il presidente 5S assicura di non aver trattato con Meloni o altri per le nomine: «Non è il mio obiettivo - dice - a me preme che vengano convocati in autunno gli Stati generali della Rai per avviare tutti insieme una riforma della tv pubblica». Il rischio è che anche questo appello faccia la fine di quello alla collaborazione per salvare il Pnrr. Dallo staff di Conte fanno notare che «le ipotesi di inciucio vengono smentite dai fatti: abbiamo appena lanciato una manifestazione contro il governo per il 17 giugno». Da una parte si chiama la piazza contro Meloni, dall'altra si incassano poltrone in Rai: se fosse vero, sarebbe un capolavoro. --© RIPRODUZIONE RISERVATA