«Ponte Morandi a rischio crollo Sapevamo, non facemmo nulla»
Marco FagandiniMatteo Indice / genovaIl momento più drammatico si materializza dopo mezz'ora di audizione. «In una riunione fra manager e dirigenti emersero dubbi sul fatto che il Ponte Morandi potesse rimanere in piedi, a causa d'un grave difetto di progettazione. Io chiesi se c'era un ente terzo che certificasse la stabilità del viadotto, mi dissero che lo autocertificavamo... quella risposta mi terrorizzò, ma non dissi e feci nulla... tenevo al posto di lavoro. Castellucci (Giovanni, ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia, ndr) era presente e pure lui non aggiunse niente».«impreparati a gestire la rete»Gianni Mion, ex capo di Edizione ovvero la cassaforte della famiglia Benetton che controllava la holding Atlantia e a cascata Autostrade per l'Italia (Aspi), parla per mezza giornata, in qualità di testimone, al processo sulla strage del 14 agosto 2018 (43 vittime). Mion, in relazione a quella riunione, dice di non ricordarne con precisione la data, ma da accertamenti incrociati risulterebbe verosimile che si riferisca a un summit del 2010, 8 anni prima del crollo. Molti passaggi della sua deposizione rappresentano il j'accuse più duro, in materia di mancate manutenzioni, sentito finora. E uno dei legali del pool difensivo di Autostrade chiede di verificare se non sia a sua volta da iscrivere sul registro degli indagati, avendo palesato inerzia a valle di timori. Una mossa che, se accolta dal tribunale, renderebbe di fatto nulla sia la deposizione sia il verbale, altrettanto incisivo, che Mion aveva reso agli inquirenti sempre in qualità di teste nel corso dell'indagine (una specie di analogia con il caso Ruby Ter, sui pagamenti di Silvio Berlusconi alle Olgettine, finito in un nulla di fatto perché la Corte ha ritenuto che le ragazze andassero sentite da inquisite e non come semplici testi). E però il presidente dei giudici Paolo Lepri, ancorché precisi di volersi riservare sul punto, pare piuttosto tiepido.«Entrai in Edizione nel 1986 - precisa quindi Mion - e l'ho guidata per quasi trent'anni». Descrive poi l'Opa su Autostrade per privatizzarla (fine Anni 90) e la nascita di Atlantia, che controllava proprio il concessionario. «Era Gilberto Benetton (poi deceduto, ndr) a occuparsi specificamente del settore autostradale per la famiglia. Inizialmente ero io il tramite esclusivo tra loro, Vito Gamberale e Giovanni Castellucci (rispettivamente primo amministratore delegato e direttore generale quando Aspi fu privatizzata, poi Castellucci divenne ad, ndr). Con il passare del tempo il mio ruolo si affievolì, entrambi volevano avere un rapporto più diretto con la proprietà».Chiede il pm Walter Cotugno: «Ci furono dissapori con Gamberale e Castellucci?». «Con Gamberale una totale chiusura dopo la fallita fusione con gli spagnoli di Abertis (perfezionata solo più avanti, ndr), operazione che io sostenevo: questo mio orientamento mi allontanò da Gamberale e Castellucci perché temevano di perdere poteri. Autostrade era una cosa troppo difficile per noi e per i miei azionisti, avevamo bisogno di supporto... eravamo totalmente impreparati a gestire la rete, in alcuni momenti ebbi l'impressione che nessuno controllasse nulla... E comunque in altri frangenti vi fu un intervento diretto a livello istituzionale, politico, sul signor Benetton, gli dissero che una società straniera non poteva entrare in quell'ambito e anche lui non era più convinto». Focalizza poi l'informazione nodale. «Si facevano periodiche riunioni, cosiddette di induction, con i management delle varie società controllate. Erano importantissime.Il summit sul rischio crolloIn una si parlò del Morandi, me lo ricordo benissimo. E a quell'incontro parteciparono tra gli altri Castellucci e l'allora direttore generale Mollo di Aspi (Riccardo, imputato, ndr)... Emerse la specificità del progetto di Riccardo Morandi... Io, che pure non sono tecnico, chiesi: c'è una certificazione di un agente esterno sulla percorribilità del Ponte?» Il pm lo contesta: «Lei alla Finanza, in un precedente interrogatorio, disse: "I tecnici rivelarono dubbi sul fatto che quel ponte potesse stare su e la rassicurazione fu "ce lo autocertifichiamo"». Mion conferma e il giudice Lepri chiede: «Chi rassicurò?». Mion: «L'ingegner Mollo... io purtroppo non replicai, ma ero preoccupato. L'autocertificazione è una contraddizione in termini. Non condividevo, ma non dissi niente, è un mio rammarico». È qui che interviene Giorgio Perroni, uno dei difensori, e chiede che Mion sia a sua volta accusato. Il manager poi riprende: «Visto il tipo di opera, o la verifica un terzo o chiudi il Ponte... ma l'autocertificazione sembrava assurda soltanto a me, nessun altro aveva dubbi, erano tutti d'accordo. C'era anche Gilberto Benetton».«castellucci si occupava di tutto»Gli chiedono di spiegare il significato d'una telefonata del 26 gennaio 2021 a Bertazzo (Carlo, allora amministratore delegato di Atlantia, non imputato): «Se sapevi che aveva difetto di progettazione - diceva Mion al cellulare - perché non ci hai pensato prima? Si sapeva da sempre che il Ponte aveva problema di progettazione... Abbiamo comprato Aspi, la nostra responsabilità era dire "sì ragazzi bisogna rifare 'sto ponte"». In aula si limita a puntualizzare: «Non ho capito perché non l'abbiamo fatto».Le domande della Procura vertono ora sulla figura di Castellucci, presente, che scuote la testa. «Lo feci assumere io: lo proposi prima come dg Aspi, poi quale amministratore delegato dopo la mancata fusione con Abertis... Approfondiva tutto, andava nei dettagli, era un accentratore forsennato». Il pm: «Perché disse alla Finanza "hanno fatto i furbi per far assolvere Castellucci nel processo sulla strage di Avellino (un pullman nel 2013 precipitò da un viadotto Aspi anche per le imperfette condizioni del new-jersey, ndr)?"». Mion: «Non era pensabile non sapesse. Basti ricordare che per l'aeroporto di Roma (a un certo punto passato sotto il controllo di Atlantia, ndr) fece pure il protocollo sulla pulitura delle finestre». Ancora, Mion ricorda la stima di Gilberto Benetton per Castellucci. E il pm chiede se questa fosse legata ai risultati di gestione. «Anche per quello - dice Mion - I risultati economici erano molto buoni, l'azienda redditizia e i dividendi alti. I grandi azionisti erano molto soddisfatti di Castellucci». Il pm: «Ricorda pressioni per aumentare i dividendi a scapito di costi e manutenzioni?». Il testimone: «Che io sappia no».«Spea banda di scellerati»Gli ricordano altre telefonate nelle quali diceva: «Se siamo colpevoli è perché abbiamo lasciato troppo spazio a Castellucci... avevano messo tutti pupazzi, gente che volevano manovrare». Mion spiega: «Dopo il crollo, dalle intercettazioni pubblicate dalla stampa erano emerse cose incredibili su Spea Engineering (società del Gruppo Atlantia un tempo delegata ai monitoraggi, ndr), che prima non sapevo». Sempre al telefono diceva: «Hanno messo scellerati a fare controlli, difendiamo l'indifendibile, mi avevano detto "sono una un'associazione a delinquere"». E poi allunga altre ombre su Spea, il cui ex ad Antonino Galatà, oggi imputato, è seduto a pochi metri. Il mistero dell'incontro con CozziIl contro-esame dei difensori serve a ricordare che Mion rientrò poi in Edizione, ma soprattutto che ai primi del 2020 incontrò informalmente l'ex procuratore capo Francesco Cozzi: «Gli chiesi io di vederci nel suo ufficio. Parlammo del Morandi e lui mi disse "non avete messo i sensori, quindi non avete fatto tutto quello che si doveva fare". Eravamo soli, io e lui, e in generale focalizzammo il collasso del sistema di controllo: noi pensavamo che anche Anas e Ministero, a un certo punto, verificassero qualcosa. Affrontammo poi altri temi fra i quali il mantenimento della concessione e i test alle gallerie, ne era appena crollata una sull'A26. Non fu fatto alcun verbale». --© RIPRODUZIONE RISERVATA