Aureliano, il generale di ferro che salvò Roma dalla rovina
Roberto Lodigiani«Dignitoso e carismatico, di bell'aspetto, ma non effeminato, di statura imponente, muscoloso, gran mangiatore e bevitore, poco incline ai piaceri, di estrema severità». Così Flavio Vopisco descriveva, con qualche licenza poetica, l'imperatore Aureliano, energico e indomito generale assurto alla guida di Roma e dei suoi sterminati domini in un momento di profondissima crisi, nella seconda metà del III secolo dopo Cristo, e che nei sei anni di regno - fino alla morte, vittima di una congiura - seppe restituire dignità e compattezza alla compagine imperiale.Di umili originiDescrive questa figura di statista e di valoroso condottiero, relativamente sottovalutata, ma alla quale si devono, tra l'altro, le Mura Aureliane, possente cerchia difensiva a protezione dell'Urbe, minacciata dalle invasioni barbariche, la biografia «Aureliano. Restauratore dell'impero» (Graphe.it editore) di Alberto Magnani, esperto di storia antica formatosi alla scuola universitaria pavese del professor Guderzo, che indaga sulla vita, le vittorie - e anche le disfatte, che non mancarono - dell'imperatore soldato. Nato il 9 settembre 214 (o 215) nei Balcani - sconosciute la località esatta o anche solo la zona in cui vide i natali - da una famiglia di modesta estrazione, la madre una sacerdotessa del dio Sole, il padre probabilmente un colono che lavorava le terre di un senatore romano di nome Aurelio, il giovane Aureliano intraprese la carriera militare, una delle poche - o forse l'unica - che poteva schiudergli brillanti prospettive, viste le umili origini, dimostrando presto le sue qualità di condottiero. Erano tempi molto difficili: nel 260 l'imperatore Valeriano venne sconfitto in battaglia e catturato dai persiani (il cui sovrano Sapore si dice se ne servisse come sgabello per montare a cavallo), la batosta incentivò le mire e le ambizioni di uomini come Odenato e poi di Zenobia regina di Palmira a Oriente, dell'usurpatore Tetrico nelle Gallie: l'impero rischiava di sgretolarsi.Fu in questo momento estremamente critico che si imposero dei personaggi, dotati di straordinarie capacità militari, ma capaci anche di rimettere ordine nel caos, che seppero salvare Roma ormai sull'orlo del baratro. Fu Claudio il Gotico ad avviare l'opera; poi quando la peste se lo portò via, toccò al suo luogotenente Aureliano continuarla. La sua ascesa al potere, acclamata dalle legioni ai suoi ordini, fu movimentata, come quasi sempre accadeva in quel periodo tormentato: Quintilio, il principale rivale, si tolse di mezzo suicidandosi. Divenuto imperatore, il nuovo princeps dovette innanzitutto stroncare un pericoloso raid di barbari Iutungi che avevano varcato le Alpi, seminando il panico a Roma. Gli esordi della campagna furono disastrosi: l'esercito romano venne sorpreso e duramente battuto nei pressi di Piacenza. Tuttavia Aureliano (che si sarebbe meritato l'appellativo di "Manu ad ferrum", mano alla spada) seppe riprendere in mano la situazione e sconfisse a più riprese gli invasori, annientandoli. Una delle battaglie decisive si svolse a Pavia (che all'epoca si chiamava Ticinum). Sempre qui, Aureliano fondò una zecca, nel quadro della sua riforma finanziaria (che peraltro non riuscì a domare la galoppante inflazione). «Alla sua figura - sottolinea Magnani - potrebbe essere ispirata la statua del Regisole». L'imperatore soldato pose poi fine alle ribellioni di Zenobia e Tetrico, ripristinando l'unità imperiale. Si dimostrò generoso con i vinti, risparmiando loro la vita e facendogli dono di lussuose ville per una prigionia dorata. --© RIPRODUZIONE RISERVATA