È Giovanni Piccolo il clochard morto nel rudere sul Ticino
Sandro BarberisSilvio Puccio / paviaUn pasto consumato alla mensa di Canepanova, come tutti gli altri giorni. Poi era tornato nel rudere dove viveva da qualche tempo sulla sponda sinistra del Ticino: una baracca in muratura lambita dalla ciclopedonale sul lungofiume, all'ombra della tangenziale, dietro il Tennis Club e la chiesa di San Lanfranco. E lì Giovanni Piccolo, 66 anni, è morto per le esalazioni di una stufetta che venerdì ha carbonizzato le sue cose. E, dopo il decesso, anche il suo corpo. Ricostruire la vita di chi dorme in strada non è facile, ma dalle ricerche svolte dai Servizi sociali l'uomo sarebbe nato a Voghera 66 anni fa. Prima della sua cancellazione dai registri, l'ultima provincia di residenza conosciuta è Alessandria, forse in uno dei comuni vicini al confine con la provincia. Per i suoi modi, il suo carattere e il suo abbigliamento a volte improbabile era molto conosciuto in città: lui, che spesso si faceva vedere in giro con degli stracci nastrati su quello che rimaneva delle sue scarpe. In strada da anniTra le realtà di volontariato, il sospetto che la vittima delle esalazioni fosse Piccolo è circolato subito: nessun altro era stato visto entrare e uscire in quel rudere, sotto il ponte della tangenziale in un'area boschiva a due passi dal fiume. Il corpo straziato del 66enne è rimasto ustionato dopo la sua morte: un elemento sul quale proseguiranno gli accertamenti coordinati dalla questura di Pavia. Sono stati sentiti anche dei parenti, ma dalla corporatura, la tipologia di vestiti indossati e arsi nel rogo, è ormai chiaro che si tratti del conosciuto clochard. Da quanto si apprende l'uomo viveva in strada da anni, ma non sono mancati i tentativi di inserimento in dormitorio: i primi risalgono agli anni '90, quando è stato ospite del ricovero che la Casa del Giovane gestiva in viale della Libertà, come raccontato dagli operatori dell'associazione. Il perimetro della vita in strada di Piccolo spaziava da via Riviera a corso Cavour fino alla mensa dei frati di Canepanova, alle spalle del Comune, dove l'uomo contava sulla solidarietà dei confratelli per il pranzo. «Era il miglior manovale che c'era a Pavia, con la città aveva un legame», racconta Franco Tassone, prete e referente di Caritas. «Un lavoro che, fino a un certo punto della sua vita, gli ha permesso una certa autonomia. Era noto per le sue bestemmie tirate ad alta voce, ma non dava fastidio a nessuno. Gli dicevamo di non farlo, e lui rispondeva di avere la testa bacata, come lo rimproverava sempre sua nonna. O almeno così diceva. Mi chiamava sempre Tassotti, ma gli dicevo che non ero un ex grande difensore, ma un prete e di cognome faccio Tassone». «Gli offrivamo le brioche»In tanti si ricordano di lui: «Passava da noi tutti i giorni», dice Mauro da dietro il bancone del bar del Turista, locale in piazzale Tevere vicino San Lanfranco. «Non era cattivo e non disturbava, ogni tanto ci chiedeva una mano per mangiare». Si ricorda di lui anche Alice Cantoni del bar Europa (corso Cavour): «Era una persona buona, è passato di qua giovedì, mai invadente». Dal suo racconto emerge un aspetto a più riprese tratteggiato da chi lo conosceva: «Gli offrivamo sempre una brioche e a volte aveva l'abitudine di metterla nelle tasche dei vestiti. Secondo me aveva l'abitudine di accumulare oggetti». Ciò che si sa dei trascorsi di Piccolo rinforza l'ipotesi; a lungo ha vissuto in ripari di fortuna, quando riusciva in alcuni garage: li usava per stipare materiale che raccoglieva in giro. Alcuni mesi fa era stato sgomberato da un garage in centro: per portare via tutto erano serviti quattro camioncini dell'Asm. «Aveva una tendenza all'accumulo - prosegue don Tassone - gli regalavi la valigia, un paio di scarpe e chissà dove le faceva finire, poi lo trovavi in giro con i piedi nastrati».Negli ultimi tempi aveva deciso di trasferirsi in riva al Ticino, nel rudere trasformato in ricovero di fortuna capace di garantirgli un po' di riparo. All'interno sono stati rinvenuti oggetti di ogni genere, anneriti dal rogo: pentole, padelle, fogli, vestiti e sacchetti. Fuori dalla baracca, un tavolo da campeggio con la stampa di una scacchiera, come quelli che si usano per allietare le notti in tenda con una partita a dama. Di recente sarebbe stato visto trascinare all'interno un materasso e per scaldarsi usava una bombola del gas collegata alla stufetta: quella che ha prodotto le esalazioni tossiche.«Lo abbiamo visto venerdì mattina, era una persona buona», dice un senza dimora che, prima della chiusura notturna, passava la notte nel corpo laterale della stazione. «Tutti noi sapevamo della sua vita randagia - conclude Tassone - un isolamento sociale forse dettato dal suo vissuto. Accettavamo il suo stile vita, capace di tirare fuori la compassione dalle altre persone». --