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il casoGrazia Longo INVIATA A PESCARA L'assoluzione di 25 imputati, sui 30 a processo per la strage di Rigopiano, è un fulmine che squarcia le coscienze dei parenti delle 29 vittime. Quando alle 17 il giudice Gianluca Sarandrea finisce di leggere il verdetto, alcuni familiari di chi ha perso la vita il 18 gennaio 2017 si scagliano contro di lui. «Ti devi vergognare, è uno schifo, questa non è giustizia. Hai ucciso di nuovo mio figlio» gli urla Alessio Feniello, padre di Stefano morto a 28 anni. E Gianpaolo Matrone, 39 anni, di Monterotondo, che sotto la valanga perse la moglie Valentina Cicioni, infermiera al Gemelli arriva a minacciare: «Giudice non finisce qui. Hai distrutto un'altra volta le nostre vite». Parole accompagnate da applausi sarcastici e insulti a tutto spiano contro la sentenza e chi l'ha pronunciata. In aula regna il caos più assoluto ed è necessario l'intervento di carabinieri e poliziotti per riportare un po' di calma. Ma gli animi non si spengono del tutto, anche fuori dall'aula numero 1 del Tribunale di Pescara è tutta una polemica. C'è chi inveisce e chi piange. Difficile immaginare scene diverse da queste: la lettura del dispositivo è stato un pugno dello stomaco, soprattutto se si pensa che la procura aveva chiesto pene per un totale di 150 anni di carcere. E, invece, è andata diversamente: quasi tutti assolti «perché il fatto non sussiste». Prosciolti l'ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo e l'ex presidente della Provincia, Antonio Di Marco. Le accuse a carico dell'allora prefetto Provolo, per il quale era stata chiesta una condanna a 12 anni, erano: frode in processo penale e depistaggio, omissione di atti d'ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, omicidio colposo, lesioni personali colpose. Omicidio colposo e lesioni personali colpose erano i reati contestati all'allora presidente della Provincia di Pescara Di Marco e al sindaco di Farindola Lacchetta, quest'ultimo accusato anche di disastro colposo. Assolti anche gli ex sindaci di Farindola, Massimiliano Giancaterino, e Antonio De Vico; il dirigente regionale Antonio Sorgi; Sabatino Belmaggio, dal 2010 al 2016 responsabile dell'ufficio Rischio valanghe della Regione Abruzzo; Andrea Marrone, consulente incaricato da Di Tommaso per adempiere le prescrizioni in materia di prevenzione infortuni. Le cinque condanne riguardano, invece, il dirigente e il responsabile del servizio di viabilità della Provincia di Pescara, Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio (tre anni e quattro mesi di reclusione ciascuno), il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta (due anni e otto mesi di reclusione), accusati tutti e tre di omicidio plurimo colposo e lesioni multiple colpose; il gestore dell'albergo e amministratore e legale responsabile della società «Gran Sasso Resort & Spa», Bruno Di Tommaso, e il redattore della relazione tecnica allegata alla richiesta della «Gran Sasso Spa» di intervenire su tettoie e verande dell'hotel, Giuseppe Gatto (sei mesi di reclusione ciascuno), accusati di falso. Per il gestore dell'hotel, Bruno Di Tommaso, erano stati chiesti dai pm 7 anni e otto mesi di carcere, la condanna a sei mesi è quindi considerata una vittoria. «Siamo soddisfatti, siamo felici, non contenti - dice il suo difensore, l'avvocato Massimo Galasso -. Abbiamo fatto un buon lavoro. Il giudice ha fatto buon governo delle prove che aveva. L'esito della sentenza ci soddisfa, quello che abbiamo chiesto è quello che è successo. Il processo era complesso, ma la sentenza giusta». Amaro, invece, il commento del procuratore capo di Pescara Giuseppe Bellelli: «Attenderemo le motivazioni della sentenza per valutare il ricorso all'appello. Ciò che emerge chiaramente è che è stato cancellato il reato di disastro colposo». E il presidente del comitato delle vittime, Gianluca Tanda, chiosa: «Siamo sotto choc, nessuno di noi poteva immaginare tutte queste assoluzioni». --© RIPRODUZIONE RISERVATA