Senza Titolo
La riforma costituzionale torna al centro dell'agenda politica. D'altronde è da tempo che la riflessione accademica e politica ragionano sui limiti del disegno costituzionale dei poteri pubblici in Italia. Sicuramente modificare la Costituzione è difficile sia per gli equilibri politici che tocca che per i valori della Carta fondamentale che alcuni potrebbero ritenere minacciati. A riprova il sostanziale fallimento delle passate commissioni parlamentari per la riforma costituzionale (Bozzi, De Mita-Iotti, D'Alema) costituite in diverse legislature. A scoraggiare l'impegno per le riforme potrebbe incidere la bocciatura referendaria dei due maggiori tentativi (Berlusconi/Renzi) di modifica.Resta però che la Costituzione è stata più volte toccata via riforma del Titolo V° (Regioni); riduzione del numero dei deputati e modifica in ambito di tutela ambientale degli articoli 9 e 41. Ora comunque si procederà col riformismo costituzionale essendo nella cultura politica del presidente del Consiglio. La novità questa volta è che si salterà il ricorso ad una commissione parlamentare assumendosi il governo l'onere di una proposta da portare alla discussione in aula. L'Italia oggi è una repubblica parlamentare come il Regno Unito e la repubblica federale di Germania. Significa che l'elettorato elegge il Parlamento che diviene il collegio elettorale del governo. Infatti la maggioranza di deputati elegge un esecutivo che dipende da essa per la fiducia. In sostanza la dinamica politica è nella dialettica maggioranza/opposizione. Evolutivamente nel parlamentarismo gli esecutivi hanno acquisito forza politica (il premier inglese e il cancelliere tedesco lo dimostrano) utilizzando il rapporto fiduciario come strumento di controllo della maggioranza e quindi dei lavori parlamentari. Conseguentemente parlare di "governo debole" nel parlamentarismo per argomentarvi contro è una forzatura. Il modello antagonista è il presidenzialismo la cui caratteristica è la separata elezione e legittimazione di presidente e parlamento. Paradossalmente questo doppio binario può togliere forza al presidente medesimo. È il caso statunitense del "presidente anatra zoppa" in quanto mancando il rapporto fiduciario tra Casa Bianca e Congresso facilmente può capitare che il presidente vada in panne trovandosi almeno una delle camere partiticamente opposte. Tanto più in caso di fenomeni di radicalizzazione politica.È vero che nelle dichiarazioni del presidente Meloni il riferimento (quantomeno, come afferma, perché dispone di un consenso più diffuso) è il semipresidenzialismo francese. Ma qui neppure il semipresidenzialismo francese è una garanzia.A riprova, l'attuale inquilino dell'Eliseo Macron è privo di maggioranza all'Assemblea nazionale e governa per compromesso.Dunque il presidenzialismo può peccare in forza di governo. Viceversa ha un possibile vantaggio competitivo sul parlamentarismo in quanto personalizzando la battaglia per il consenso forse corrisponde meglio all'attuale modalità di competizione politica.Inoltre guai dimenticare che di presidenzialismi come di parlamentarismi ve ne sono molti con significative differenze. Riformare significa comparare bene per evitare di importare problemi perdendo i pregi. Da ricordare che nel presidenzialismo l'elezione diretta del capo dello Stato è condizione necessaria ma non sufficiente (così in Austria e Portogallo, che nondimeno restano regimi parlamentari).La via della riforma della costituzionale è tracciata. Vi sarà molto da ragionare.