Ursula lancia il piano pro imprese premier in pressing su maxifondo
Il retroscenaMarco BresolinIlario LombardoIl clima è cordiale, ma dietro i baci tra le due leader, all'entrata e all'uscita di Palazzo Chigi, dietro i sorrisi, dietro le cortesie, c'è ancora molto da negoziare. Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni parlano per novanta minuti. Di Pnrr, di migranti, della crisi energetica, del sostegno all'Ucraina. Ma il tema più caldo è il programma di aiuti alle imprese europee, fondamentale anche per rispondere al piano anti-inflazione varato dall'amministrazione Usa. La presidente della Commissione spiega che presenterà una proposta prima del Consiglio europeo del 9-10 febbraio, ma ribadisce l'approccio in due fasi: prima un allentamento delle regole sugli aiuti di Stato e poi, in estate, l'istituzione di un "Fondo per la sovranità europea".Meloni però tiene il punto e insiste sulla posizione del governo: il via libera italiano sarà condizionato alla realizzazione del fondo, che dovrà avvenire contestualmente all'allentamento dei vincoli sugli aiuti di Stato. Non successivamente. L'Italia - questo il suo ragionamento - non è la Germania, ha margini di spesa inferiori. Muoversi solo in questa direzione metterebbe a rischio la tenuta dei conti pubblici e creerebbe disparità tra le imprese europee. Ursula von der Leyen è ben consapevole dei limiti imposti dal debito pubblico italiano, ma anche degli ostacoli politici rappresentati dalla posizione di alcuni governi, su tutti quello tedesco.Attorno al tavolo ci sono anche il ministro Raffaele Fitto, il consigliere diplomatico Francesco Maria Talò e l'ambasciatore presso l'Ue, Pietro Benassi. Si parla della revisione del Pnrr, dei quasi dieci miliardi di euro in più che l'Italia avrà a disposizione tra le risorse del RepowerEU, quelle dei fondi di coesione non utilizzati e quelle per lo sviluppo rurale. Non sembrano esserci grandi ostacoli. Certo resta la linea rossa del 2026, anno entro il quale andranno spesi tutti i soldi del piano. Una fonte presente all'incontro fa sapere che non si è discusso della deadline, anche perché al momento il governo non ha formalmente chiesto di sforarla. Per farlo è necessaria una modifica al regolamento: non basterebbe il via libera della Commissione, ma servirebbe l'ok di tutti gli Stati.Al summit Ue di febbraio si parlerà anche di immigrazione, come richiesto dalla premier italiana a dicembre. Un capitolo che resta complicato e divisivo, nonostante le apparenti convergenze. Secondo fonti di Palazzo Chigi, Meloni avrebbe raccolto la disponibilità della presidente della Commissione a considerare un percorso differente nella gestione dei profughi, tra chi ha diritto all'accoglienza e i migranti che invece fuggono da condizioni di povertà. «Certamente va trovata una soluzione europea» è stata la risposta di von der Leyen. Quale risposta, è il vero interrogativo. Durante l'incontro Meloni si è lamentata più volte della mancata applicazione del piano per la redistribuzione su base volontaria, quello varato nel giugno scorso in attesa di trovare un accordo sul Patto per l'immigrazione. E con un pensiero ai francesi, e al caro nemico Emmanuel Macron, ha spiegato che «non sono stati rispettati gli accordi». La presidente della Commissione ha promesso passi in avanti, ma senza sbilanciarsi sui dettagli. Proprio ieri l'ambasciatore svedese presso l'Ue ha spiegato che, durante il semestre di presidenza, Stoccolma non intende lanciare un nuovo piano di redistribuzione su base volontaria perché "servono soluzioni che abbiano una chiara base giuridica".Da parte della presidente della Commissione - secondo fonti italiane - c'è un'apertura, seppur generica, alla possibilità di aumentare i finanziamenti ai Paesi di partenza e di transito dei migranti e a ragionare su una rete di hot-spot in Nord Africa. Altra proposta che il governo di Roma porterà al Consiglio di febbraio, pur sapendo che si tratta di un progetto difficile da realizzare e che in ogni caso dovrà passare da un coinvolgimento delle agenzie delle Nazioni Unite come l'Unhcr e l'Oim.Per meglio comprendere l'atteggiamento "conciliante" di Ursula von der Leyen bisogna però tenere in considerazione un elemento fondamentale. A Bruxelles la visita a Roma della presidente della Commissione viene vista come «una tappa fondamentale del suo tour elettorale» in previsione delle Europee del 2024. Von der Leyen non ha ancora annunciato la sua intenzione di candidarsi per un secondo mandato, ma diverse fonti assicurano che questo sarebbe il suo piano. Prima di compiere il passo, però, la tedesca vuole sondare l'eventuale sostegno da parte dei governi e quello guidato da Giorgia Meloni è certamente un corteggiato speciale per una serie di motivi. Si è appena insediato e la solidità elettorale della coalizione che lo sostiene potrebbe garantire un forte sostegno in vista dell'assegnazione delle cariche di vertice nel 2024.Del resto anche la recente visita di Manfred Weber a Roma va letta in quest'ottica: il leader del Ppe vuole far sì che Fratelli d'Italia e altri partiti dei Conservatori che considera "moderati" (dai fiamminghi della N-Va ai cechi del premier Petr Fiala) si stacchino dai polacchi di Diritto e Giustizia (PiS) per avvicinarsi ai popolari. Secondo fonti vicine a Weber, nel suo colloquio con Meloni il bavarese ha ribadito che il Ppe è pronto a sostenere una riforma di Dublino per fare in modo «che l'Italia non sia lasciata da sola», introducendo una vera redistribuzione dei richiedenti asilo. Cosa che gli alleati polacchi, invece, continuano a respingere. Una mano tesa e al tempo stesso un avvertimento per ricordare alla Meloni un antico proverbio: è nel momento del bisogno che si riconoscono gli amici veri. --© RIPRODUZIONE RISERVATA