Massimo Piloni, l'eterno secondo
Grande, grosso, socievole e facile alla battuta. Come si dice, un amicone. Per anni è stato il "dodicesimo" per eccellenza. Allora non c'era la panchina lunga, con 10 giocatori seduti a fianco del mister, che ne può mandare in campo ben 5. Allora, fino alla metà degli anni '70, in panchina c'era solo un giocatore, col numero 12 sulla maglia, era il portiere di riserva. Si poteva cambiare quello e basta. Lui, Massimo Piloni, classe 1948, è stato per anni la riserva di Dino Zoff. Un ruolo difficile da sostenere, perché Zoff non ha mai ceduto di un millimetro, neanche in Coppa Italia o nelle amichevoli inutili. Giocava lui e basta. Un giorno la Juve va ad Ancona per un'amichevole. Ancona è la città di Piloni. Lui chiama tutti i parenti. E' convinto di giocare. Sua mamma e sua moglie fanno 600 km per arrivare allo stadio "del Conero". Ma quando le squadre escono dallo spogliatoio, c'è ancora Zoff in campo e lui, Piloni, seduto in panchina con il 12. Quel giorno si è rotto qualcosa. Zoff e Piloni non sono mai stati amici, ma si sopportavano. Piloni sapeva di avere davanti un campionissimo e non ha mai pensato di rubargli il posto. Però, però, neanche un minutino... Neanche a fine campionato, neanche a partita già decisa, magari sul 3-0. Niente.La Juve in quegli anni vince tre scudetti e lui colleziona zero presenze. «Mi avevano preso da ragazzino, ho fatto tutta la trafila delle giovanili. Poi mi fanno fare il terzo portiere, dietro Anzolin e Tancredi. Qquando vendono Tancredi, arriva Zoff. E lì la mia storia finisce. Eppure Boniperti aveva detto che ero il futuro dei bianconeri. Io tifavo Juve fin da piccolo». Allora Piloni parte, prima a Pescara (vince il campionato di B), poi Rimini, Fermo, Chieti. E la carriera di preparatore di portieri, cominciata a Catania e finita a San Benedetto del Tronto. Però, diciamolo, il suo è un percorso un po' sfortunato. A volte lo pagano, a volte no. Lui ha un cuore d'oro. Alcuni soci (e le loro mogli) lo convincono a diventare amministratore di una catena di negozi. Le cose vanno male. I soci e le mogli non si fanno più vedere e a pagare i debiti è lui. Gli pignorano la casa e anche il quinto dello stipendio. Racconta di aver tirato su generazioni di portieri, da Storari a Mazzantini, da Pagotto a Castellazzi, però l'unico che continua a dargli una mano è Sergio Brio, che aveva conosciuto alla Juve (erano grandi amici con Pietro Anastasi). Piloni ancora adesso ci prova. Vorrebbe un lavoro, lo sogna anche all'estero, lui che per un anno ha allenato i portieri del Livingston, serie A scozzese, ma il telefono non squilla più. «Sono pieno di debiti, non riesco a pagare le bollette. La casa è andata all'asta già una volta ma non l'ha comprata nessuno». Gli ex colleghi, di Roma, Juve, Lazio, organizzano ogni tanto una cena benefica e lo aiutano. Un tempo si diceva che, con lui in porta, la squadra era in una "botte di ferro". Ma quel tempo è passato. «Sono stato parte di un mondo fantastico, sognato da milioni di ragazzi», racconta. Ma quel mondo, e lo sa anche lui, ha spesso la memoria corta. --