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il casoLorenzo Lamperti / TAIPEISono le 22 e 42 di martedì 2 agosto. Un jet della US Air Force decollato da Kuala Lumpur atterra sulla pista dell'aeroporto di Songshan, Taipei. Ad attenderla il ministro degli Esteri Joseph Wu e la direttrice dell'American Institute Sandra Oudkirk. Già da un'ora, il grattacielo 101 è illuminato da messaggi di benvenuto. Fuori dal Grand Hyatt Hotel, nel centralissimo distretto di Xinyi della capitale Taipei, una folla di qualche centinaio di persone si è radunata per accoglierla. La maggior parte in modo festante, un gruppo che fa riferimento al New Party, favorevole all'unificazione con la Repubblica Popolare, invece protesta. È iniziata così il viaggio più controverso, atteso e rischioso di un politico americano a Taiwan negli ultimi decenni. «La visita della nostra delegazione onora l'impegno incrollabile dell'America nel sostenere la vibrante democrazia di Taiwan», recita il comunicato diffuso da Pelosi subito dopo il suo arrivo. Da una parte Pelosi ribadisce che il viaggio non significa un cambio nella politica americana sullo Stretto, ribadendo dunque il sostegno allo status quo (che significa no all'invasione cinese ma anche no all'indipendenza formale di Taipei come Repubblica di Taiwan). Dall'altra invece parla della scelta da compiere «tra democrazie e autocrazie». Concetto espresso in modo più articolato in un editoriale pubblicato sul Washington Post che Pechino vedrà come dita negli occhi. Chi aveva immaginato un viaggio di basso profilo si era sbagliato. Nessuno stopover, Pelosi ha chiesto e ottenuto un'agenda che, per quanto non sia ufficiale, appare molto significativa. Questa mattina previsto un discorso allo yuan legislativo, il parlamento locale, prima dell'incontro con la presidente Tsai Ing-wen e una conferenza stampa. A seguire un pranzo al Grand Hotel alla presenza di figure di figure della società civile e del business taiwanese, tra i quali sono attesi anche i manager di aziende tecnologiche e di semiconduttori, settore ritenuto cruciale dalla Casa Bianca come dimostra l'approvazione del Chips Act e di cui Taiwan è leader mondiale nel comparto di fabbricazione e assemblaggio. Nel pomeriggio la visita al parco dei diritti umani di Jing-Mei, in memoria delle vittime del "terrore bianco" e della legge marziale imposta dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek. Poi l'incontro con Wu'er Kaixi, attivista e reduce di Tian'anmen residente a Taiwan, prima della partenza prevista per le 17 in direzione Corea del Sud. Proprio il primo (a livello formale) e l'ultimo (a livello retorico) appuntamento sono quelli ritenuti più "sensibili", con Pechino che li vivrà come una ulteriore provocazione. In serata si sono succeduti avvertimenti e minacce da parte del governo cinese. «La visita di Pelosi viola la sovranità della Cina» ha detto l'ambasciatore di Pechino negli Usa, Qin Gang. «Qualsiasi attività indipendentista verrà schiacciata», ha detto il Comitato centrale del Partito comunista. Oltre la retorica, i fatti. A partire dal lato commerciale, con il blocco alle importazioni di 180 prodotti agroalimentari taiwanesi. La misura si farà sentire. Nonostante le tensioni e l'assenza di dialogo politico tra governi, nel 2021 l'interscambio commerciale tra Pechino e Taipei ha raggiunto il record storico, con bilancia commerciale favorevole a Taiwan. Poi la reazione militare. Sui social rimbalzano le immagini di blindati e carri armati in movimento a Xiamen, la metropoli del Fujian che si trova di fronte alle Kinmen, due piccole isole amministrate da Taipei e primo avamposto militare taiwanese. Un'invasione su larga scala non sarebbe un'impresa semplice e in pochi credono possa avvenire nell'immediato, a partire dai taiwanesi che vivono il momento delicato senza panico. Ma intanto il ministero della Difesa cinese ha annunciato esercitazioni aeronavali a fuoco vivo con test missilistici fino a domenica. Comunicate sei aree per i test, in una strategia di accerchiamento completo dell'isola di Taiwan. In tre punti, se le coordinate saranno confermate, le esercitazioni sconfinano nelle acque territoriali taiwanesi. Ponendo Taipei di fronte a una scelta complicata: una possibile reazione potrebbe portare a una escalation, ma non fare nulla significherebbe accettare un avanzamento "territoriale" cinese. Nel frattempo, quattro navi da guerra americane sono posizionate al largo di Taiwan, con la portaerei Ronald Reagan e il suo gruppo d'attacco. Come ammesso dal ministero degli Esteri cinese, le autorità di Pechino e Washington si tengono in contatto ma il rischio di incidenti, anche non voluti, non è da trascurare. La Russia, intanto, esprime sostegno alla Cina. «Gli Usa sono uno stato provocatore», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova. Come Pechino ha sostenuto la retorica anti Nato sull'Ucraina, Mosca sostiene la retorica anti americana su Taiwan. Se conflitto sarà, la colpa è di Washington e Alleanza Atlantica. Poco dopo mezzanotte, un giornalista taiwanese si lascia sfuggire: «Continuo a pensare all'Ucraina e ora mi sembra che siamo più simili di quanto credevo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA