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m. grazia piccalugaIl minimo smottamento dei blocchi di pietra non sfugge agli abitanti del Borgo. Sono stati i primi a lanciare l'allarme sul rischio che corre il pilone del ponte romano, a ridosso della riva sinistra del Ticino: la prossima piena del fiume potrebbe trascinarlo via. Ora, con una magra che - dicono gli esperti - non si vedeva da circa settant'anni, le grandi pietre di trachite dei colli Euganei, assemblate dai romani nel I secolo a. C., sono emerse di nuovo, ma ormai in disordine, con le grappe arrugginite che faticano a tenere legati i pezzi. Nel giugno del 2019 il Collegio degli Ingegneri e degli Architetti di Pavia aveva organizzato un convegno e una mostra: Dall'acqua affiorano. Il Ticino, Pavia e i resti del Ponte Romano. rilievi urgenti«In quell'occasione tutti gli enti interessati, a cominciare dal Comune che è il proprietario dell'antico manufatto, avevano dichiarato la volontà di trovare insieme una soluzione - ricorda l'architetto Pino Maggi - Noi come Collegio avevano anche chiesto un preventivo per effettuare rilievi con le tecnologie laser più aggiornate e per le analisi chimico-fisiche dei materiali».Poi il Covid ha fermato tutto. Ma l'erosione dell'acqua non si arresta, quando in autunno il fiume si gonfierà staccherà altre pietre che da duemila anni resistono sempre più a fatica alla forza delle correnti.«Purtroppo tra poco non rimarrà più nulla - rileva con amarezza anche il professor Stefano Maggi, docente di Archeologia all'Università di Pavia -. Il ponte è l'unico monumento romano visibile in una città romana invisibile, l'unico reperto tangibile. E' un segno. Si parla tanto in questo periodo di rinascimento pavese: ecco questa è una piccola grande occasione per la città. Dal canto suo l'Università è disponibile a partecipare se ci fosse una chiamata alle armi per salvare il pilone». Pier Vittorio Chierico, borghigiano e cultore di storia locale, tiene d'occhio le rovine da 30 anni. Con i soci della Battellieri Colombo si avvicina ogni qualvolta l'acqua si ritira. E conta i danni. «Se i massi dovessero essere trascinati dalla corrente a valle finirebbero in un punto molto profondo, sotto l'arcata del Ponte Coperto, e non sarà più possibile recuperarli». come conservare i resti?Distrutto nel 1351 per realizzare il ponte medievale, sul manufatto romano di epoca augustea scende l'oblio. Viene "avvistato" una prima volta nel 1893 da Torquato Taramelli. Poi di nuovo silenzio. Fino al 1980 quando il professor Pierluigi Tozzi immortala la pila ancora quasi intatta. Le magre del fiume hanno riproposto ciclicamente il problema che in 40 anni non solo non è stato risolto ma si è aggravato. Ora il tempo stringe. Come salvare il salvabile? Molte le ipotesi. «Si potrebbe pensare a paratie a monte per mantenere visibili i resti» ipotizza Stefano Maggi. Oppure, ipotizza Pino Maggi, effettuare un recupero archeologico in alveo che talvolta riaffiori, cercando esempi all'estero o proponendo noi per primi un progetto innovativo» ipotizza Pino Maggi. E per cominciare, dice Chierico, si potrebbe almeno indicare la sua presenza con un cartello dalla riva. --