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la storiaPaolo Colonnello / milanoNonostante tutto, dice l'arcivescovo Mario Delpini, si finisce per prevalere sull'odio, le infamie, le guerre. Nonostante tutto, scandisce nella bella chiesa di San Marco a Brera, si riesce a sopravvivere e a perdonare. Nonostante tutto, cinquant'anni dall'omicidio del commissario Luigi Calabresi non sono passati invano. Sono belle le parole del metropolita di Milano che ringrazia la vedova Calabresi «per aver percorso un sentiero di perdono che porta all'amore»; fondamentali quelle del capo dello Stato, Sergio Mattarella: «La Repubblica non dimentica i suoi caduti. La memoria è parte delle nostre radici ed è ragione e forza per le sfide dell'oggi»; importanti quelle del capo della polizia, Lamberto Giannini, «Calabresi è stato per noi una stella polare»; partecipate quelle del Questore, Giuseppe Petronzi; impegnative quelle della ministra, Marta Cartabia, ma alla fine, quelle che toccano il cuore per davvero ancora una volta sono le parole di Gemma Calabresi Milite, nel cortile d'onore della Questura. «Io amo questo posto. È dove Gigi veniva ogni mattina a lavorare uscendo di casa con il sorriso e la gioia di chi ama il suo lavoro. Ogni tanto lo venivo a trovare e Gigi non mi faceva mia uscire da qui senza regalarmi un fiore comprato nel negozio a fianco. E ancora adesso quando mi capita di passarci davanti, anche in macchina nel traffico, rallento, getto uno sguardo...». Cinquant'anni, sono una vita, «un tempo lunghissimo in cui Luigi Calabresi lo abbiamo sempre portato con noi, perché la memoria non è statica». Ma per una donna come Gemma Calabresi che ogni anno appare più minuta e al tempo stesso più forte, sono davvero solo un sospiro che si annulla nella vividezza dei sentimenti. E che fanno capire come è stato lungo e importante il percorso di questa donna che oggi si dice «serena», pacificata. «È stato impegnativo perché ci siamo dedicati a rendergli giustizia, non solo nelle aule dei tribunali dove abbiamo atteso fiduciosi la verità ma ci siamo dedicati a ripulire la sua memoria dal fango gettato dalle calunnie e dalla campagne politiche di stampa degli anni 70. È stato un lungo percorso ma oggi finalmente l'immagine di Luigi Calabresi nel Paese corrisponde a quello che lui era veramente. Una persona onesta, appassionata che amava il suo lavoro». Ci sono voluti quasi 17 anni di attesa per arrivare ai primi arresti, altri 15 anni di processi e nove sentenze prima di poter scrivere la parola fine sulla verità di questo omicidio firmato da un commando di Lotta Continua che stroncò a 34 anni la vita di un commissario di polizia brillante e aperto al dialogo, con due figli piccoli e un terzo in arrivo. Una verità processuale, ma anche storica di un omicidio che segnò l'inizio degli anni di piombo e la fine dell'innocenza dei giovani degli anni '70. Tempi ormai lontani. Eppure si attende ancora per oggi la pronuncia della corte d'Appello di Parigi sull'estradizione di Giorgio Pietrostefani, l'ex capo del servizio d'ordine di Lotta Continua che organizzò l'omicidio del commissario Calabresi e che dopo l'ultima sentenza fuggì in Francia, riparandosi sotto l'ombrello della famosa "dottrina Mitterand" che ha regalato a molti ex terroristi italiani un rifugio sicuro. Un uomo di 78 anni, ormai stanco e malato verso il quale la famiglia Calabresi non nutre nessun risentimento, nessuna voglia di vendetta, nessuna voglia di vederlo in carcere. Anzi. «Che un uomo di 78 anni malato vada in carcere non restituisce più niente. È importante dal punto di vista simbolico ma per noi non ha quasi più senso e dopo 50 anni fa una certa impressione». Mario Calabresi nell'incessante ricerca della verità che lo ha accompagnato tutta la vita, incontrò Pietrostefani a Parigi e ottenne da lui la parola che aspettava, impegnandosi a non divulgarla. Cosa che ha fatto per tutti questi anni. E che ora Pietrostefani farebbe bene a rendere pubblica, per chiudere definitivamente queste pagine dolorose e importanti per la crescita dell'intero Paese. --© RIPRODUZIONE RISERVATA