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Maria Fiore / PAVIA«Lei voleva fuggire da quella relazione tossica. Un giorno mi ha scritto: "Sto con uno fuori". Poi ha aggiunto che mi avrebbe spiegato». Ma Lidia Peschechera, uccisa a 49 anni da Alessio Nigro, il suo fidanzato, non ha fatto in tempo a raccontare alla sua amica, sentita ieri al processo insieme ad altri conoscenti e ai vicini di casa, i dettagli di quella storia. Un legame tormentato, culminato nel suo omicidio, la notte tra il 12 e il 13 febbraio del 2021. le liti e i lividi sul corpo In tribunale, davanti alla Corte di Assise presieduta dalla giudice Elena Stoppini, che sta giudicando Nigro per quel delitto (ieri presente in aula con il suo avvocato Giovanni Caly), hanno sfilato le amiche, i conoscenti e i vicini di casa della vittima, che abitava in via Depretis, al Ticinello. I testimoni, una decina, espressione di una vita di relazioni molto ricca che aveva la vittima, hanno ripercorso i mesi che hanno preceduto l'assassinio. «C'erano discussioni, un giorno ho sentito Lidia, che conoscevo di vista, dire: "Basta, non ce la faccio più"», ha raccontato Valentina Tacchinardi. I segnali che qualcosa non andava in quel rapporto li aveva colti anche un altro vicino di casa, Tiziano Signorelli, un professionista con lo studio proprio in via Depretis: «Sapevo che era un rapporto difficile, in alcune occasioni avevo notato dei lividi, mi ero offerto di darle un sostegno». Secondo le testimonianze Nigro avrebbe alzato le mani più volte sulla vittima. Lidia si riprometteva di lasciarlo, buttarlo fuori casa, ma poi ci ripensava. «Voleva aiutarlo, sapeva che aveva un problema con l'alcol», hanno spiegato i testimoni. In uno messaggio a un'amica Lidia scriveva: «Sono innamorata», come ha raccontato in aula un'altra sua amica. Che poi ha aggiunto: «Non sono certa che fosse un messaggio mandato da Lidia». gli accertamenti sul cellulareIl sospetto è che il cellulare di Lidia fosse utilizzato da Nigro, sia nei giorni prima del delitto che dopo, come emerso dalle indagini. Di certo non fu la vittima a mandare i messaggi al datore di lavoro dopo il 13 febbraio, per avvisare che non si sarebbe presentata in azienda, nella ditta di bigiotteria dove era impiegata. L'esame del cellulare di Lidia si è dimostrato più complicato del previsto, come ha spiegato l'ingegnere informatico Antonio Barili, che lo ha esaminato: «All'esame i dati non c'erano più, perché era stato formattato due volte, una prima dall'imputato e la seconda da un negoziante cinese». la relazione medico-legaleTra i consulenti sentito anche Marco Ballardini, il medico legale che si è occupato dell'autopsia. L'esperto si è soffermato sulle cause della morte, sopraggiunta per strangolamento, aggiungendo anche che la vittima aveva un'altra ferita al capo, forse da attribuire a un pugno, e lividi sulle gambe. Inoltre, Lidia avrebbe tentato di difendersi, anche se in maniera debole. In aula c'erano, come sempre, l'ex marito Dario Bramilla e la sorella Carmela Peschechera, parte civile con le avvocate Eleonora Malinverni e Lara Rigamonti. Fuori dal tribunale il presidio delle attiviste di "Non una di meno". --