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Oltre la cortina di polvere della propaganda e delle speranze che tutto mischia e confonde, persone vere muoiono, soffrono, aspettano, lottano. Seppelliti nei bunker dell'acciaieria Azovstal, diventata il simbolo della resistenza di un fronte e della vittoria dell'altro, centinaia di bambini, donne, anziani e soldati continuano la loro personale battaglia per sopravvivere. Ieri, forse, nei sotterranei della Azovstal qualcuno ha provato a credere che l'operazione di evacuazione annunciata dalla presidenza di Kiev e sostenuta dall'impegno dell'Onu li avrebbe finalmente liberati dall'orrore. Forse, invece, nessuno ha osato sperare che l'agonia fosse finita. Le notizie arrivano, come sempre, contraddittorie e misteriose, in attesa di essere usate al miglior offerente: 125 persone tra cui 22 bambini, annuncia lo stato maggiore della Repubblica di Donetsk, sono state evacuate da Mariupol verso Donetsk, specificando che gli sfollati sono stati «indirizzati» a Bezymenne, nel distretto di Novoazovsk. Oltre 600 persone erano già arrivate giovedì, portando il numero complessivo di ucraini "trasferiti" nella regione controllate dai russi «a 25 mila unità». Ma ieri dall'acciaieria non sembra essere uscito nessuno, anche se sui social giravano foto di allegre famigliole «salvate dai nazisti». Mentre alcuni "esperti" riferiscono festosi sui canali russi - senza rendersi conto del macabro paradosso-, che sul sito della Azovstal rasa al suolo verrà costruito «un parco alla memoria delle vittime di Mariupol», arriva un nuovo messaggio dai bunker. «Non sappiamo quanto ancora potremo resistere, la situazione è ormai oltre la catastrofe umanitaria», dice il maggiore Serhiy Volyna, comandante della 36ª brigata dei marine. «Abbiamo molto poca acqua, molto poco cibo rimasto», continua Volyna spiegando che i recenti bombardamenti russi sull'ospedale da campo che era all'interno del complesso hanno distrutto equipaggiamento medico vitale. «È stata colpita la sala operatoria, tutto l'equipaggiamento e il materiale necessario per gli interventi è stato distrutto - continua - non possiamo curare i nostri feriti, soprattutto le ferite da proiettile e schegge». Secondo gli ucraini sarebbero saliti a oltre 600 i feriti ancora laggiù, nell'ospedale da campo bombardato, «prima dei raid russi - dice il sindaco di Mariupol Vadym Boychenko - il numero dei feriti era di 170». Dalla «Aleppo d'Europa», come l'ha definita ieri l'Alto commissario per gli affari esteri Josep Borrell, non si esce vivi, almeno non verso l'Ucraina. Nei bunker e nei tunnel dell'Azovstal ormai si è persa la cognizione del tempo e sui volti dei civili intrappolati da 65 giorni il pallore e l'angoscia trasforma in fantasmi i prigionieri di questa lenta agonia. Sviatoslav Palamar, uno dei capi della Brigata Azov, dice di sapere che un convoglio dovrebbe arrivare a Mariupol, ma non vuole dire di più per ragioni di sicurezza: «Contiamo sulla Croce Rossa e le organizzazioni che sono dirette qui per assistere prima di tutto i feriti gravi, perché hanno bisogno di essere curati, hanno bisogno di aiuto». Militari e civili, dice, sono in zone diverse all'interno della rete di bunker e cunicoli dell'acciaieria, «ci sono sotterranei e bunker che non possiamo raggiungere perché sono sotto le macerie non sappiamo se le persone che sono lì sono vive». Anche il comandante Serhiy Volyna dice di non conoscere i dettagli del possibile piano di evacuazione annunciato: «So che la missione è arrivata a Zaporizhzhia e stanno cercando di lanciare un'operazione di salvataggio». Proprio a un posto di blocco a Zaporizhzhia, a 200 chilometri da Mariupol, ieri due volontari britannici della ong Presidium sono stati catturati dai soldati russi mentre stavano evacuando una famiglia. «Abbiamo grande speranze nella possibilità di essere evacuati, nel fatto che il presidente riuscirà a farci uscire da qui», aggiunge Volyna. Chi spera nell'Onu, chi nella Croce Rossa, chi in Zelensky e chi in qualche dio. Certo è che i combattenti ucraini sono diventati un simbolo dell'inflessibile resistenza del Paese - o della sua anima nazista, direbbe il Cremlino per giustificare l'operazione -, per questo devono essere annientati. Putin non ha bisogno dello stabilimento Azovstal, il punto è il simbolo che rappresenta. Per questo è pronto a sacrificare uno dei più importanti impianti metallurgici del mondo, il cui acciaio è stato utilizzato per costruire il grattacielo londinese Shard, gli Hudson Yards a Manhattan, il ponte San Giorgio a Genova. --© RIPRODUZIONE RISERVATA