Senza Titolo
usto! Gli italiani a tavola 1970-2050" è il titolo della mostra che si apre domani all'M9 di Mestre, il museo dedicato alla storia materiale del '900 in Italia, diretto da Luca Molinari, architetto, critico e docente universitario. Luca Molinari, perché una mostra sul Gusto?«Perché il Gusto è uno dei luoghi comuni degli italiani, cui il museo che dirigo ha deciso di dedicare una trilogia di esposizioni. Dopo il gusto affronteremo lo sport e la musica leggera. Quando parlo di luogo comune non do all'espressione un senso negativo, ma parlo di una cosa che ci aiuta a capire la nostra identità, chi siamo e dove stiamo andando. Ma anche perché il gusto mi sembra il termine più adatto per esprimere l'alchimia tra la propria percezione e una storia collettiva: nel gusto coesistono una memoria privata e una memoria comune. Ci interessava creare un luogo che aiutasse a raccontare il rapporto degli italiani con il cibo, dal 1970 al 2050, riflettendo da un lato sul nostro passato e dall'altro guardando al futuro. Per farlo in modo scientifico abbiamo chiamato a curare la mostra Massimo Montanari, il più importante studioso della storia dell'alimentazione nel nostro Paese, e Laura Lazzaroni, che di cibo si è sempre occupata, coadiuvati da un comitato di esperti del settore».Come è cambiato o sta cambiando il rapporto tra gli italiani e il cibo?«Usciamo da un ventennio grasso, ma la siccità, i cambiamenti climatici, la pandemia prima e oggi la guerra ci costringono a rivedere i nostri comportamenti. Stiamo andando verso un tempo in cui la verità e la qualità saranno il filo conduttore anche nel nostro rapporto con il cibo. La mostra non vuole essere né moralista né apocalittica, ma intende aprire scenari per vedere cosa significa produrre e consumare cibo nelle nuove condizioni in cui ci troviamo a vivere. Condizioni che a volte rimandano al passato, basti ricordare che la civiltà contadina del secolo scorso ci ha insegnato a ridurre gli sprechi e a riciclare gli avanzi. Due temi all'ordine del giorno per il futuro della nostra alimentazione».In che modo si articola il percorso espositivo?«Innanzitutto la mostra è pensata anche nell'allestimento come se ci trovassimo in una città e ci spostassimo da un luogo all'altro di questa. Abbiamo tre aree tematiche. Partiamo con un'introduzione che è il racconto della nostra storia e di come il cibo l'ha caratterizzata fino agli Anni 70. Qui abbiamo anche una stanza delle parole, con i 100 termini che hanno segnato l'universo del mangiare italiano. Poi si passa al presente, ossia ad analizzare i vari volti del gusto e le sue connessioni con la nostra vita quindi cibo e industria, cibo e salute, cibo e design, la città come un mercato diffuso. La terza parte riguarda il futuro: come produrremo e come mangeremo nei prossimi 30 anni. Negli Anni 60 del secolo scorso si immaginava che oggi avremmo mangiato solo pillole come facevano gli astronauti. Sappiamo che non è andata così. Ma come sarà un piatto di spaghetti al pomodoro nel 2050? Provare a immaginarlo è la sfida cui chiamiamo a partecipare, anche attraverso laboratori, workshop, incontri».Quale gusto si augura la mostra lasci ai visitatori?«Io spero innanzitutto che la mostra riesca ad emozionare proprio nella sua frammentarietà. Non vuole essere enciclopedica ed esaustiva, ma un luogo aperto dove confrontarsi e sorprendersi, magari scoprendo la ricchezza della nostra dieta Mediterranea: con la sua qualità può essere una sorta di bussola per l'alimentazione del futuro, anche grazie alla biodiversità che caratterizza l'ambiente del nostro Paese. L'anno scorso abbiamo avuto una siccità che non vedevamo da trent'anni. E questa ha portato a una drastica riduzione nel raccolto del grano. Anche il caro energia influenzerà ciò che ci arriva nel piatto. Ma di fronte a questi cambiamenti ci si può comportare in due modi. O si fa la vittima o si cerca in qualche modo di governarli. Ecco mi piacerebbe che la mostra facesse capire l'importanza di un pensiero critico su questi argomenti e aiutasse a formarlo. Sarebbe un grande risultato».-© RIPRODUZIONE RISERVATA