Per ottenere la pace servono diplomazia e politica, non armi
Credo che in questo momento ci sia uno scarto piuttosto marcato fra le considerazioni che l'opinione pubblica italiana fa sulla guerra russo-ucraina da un lato, e le decisioni prese dal governo (in particolare l'invio di armi ai combattenti ucraini) con conseguente racconto dei principali media, dall'altro. Penso che il Paese nel suo complesso sia molto allarmato, che avverta il rischio di un possibile conflitto nucleare; infine che si preoccupi meno delle ragioni che hanno portato al conflitto e più del modo per riuscire a fermarlo. In questa direzione, un ruolo cruciale viene assegnato alla Ue e alle cosiddette vie diplomatiche. Se questo è il quadro generale - e ho fondate ragioni per pensare che lo sia - forse i rappresentanti delle nostre istituzioni dovrebbero mostrare maggiore cautela e, al tempo stesso, palesare un maggior attivismo sul fronte di ciò che concorre alla pace. Io - al pari di tutti quelli che leggono - non so quali siano i passi da intraprendere per fermare la violenza, ma ho una profonda certezza: mandare aiuti militari tendenzialmente non giova né alla pace, né al Paese che li riceve. C'è qualcuno che pensa che i palestinesi che stanno nella striscia di Gaza avrebbero del bene se gli mettessimo in mano strumenti di guerra più sofisticati? E gioverebbe agli equilibri della regione? Non lo credo affatto.CHI LE PRODUCEDi esempi simili se ne possono davvero fare tanti. Le armi giovano a chi le produce e le rivende e forse bisognerebbe fare maggior attenzione alle parole di alcuni analisti che hanno dichiarato che con questa guerra alcuni Paesi hanno l'opportunità di 'svuotare l'armadio' della roba vecchia, per mettercene della nuova. Dove 'roba' sta per armamenti. I Paesi si possono aiutare in tanti altri modi e, considerando che il Pil pro capite in Ucraina nel 2021 era di 3.800 euro, forse aiuti che non fossero in armi avrebbero avuto una ricaduta più significativa. Ma capisco che le cancellerie europee e il flusso di capitali seguono altre strade. Tornando a noi italiani e alla plebiscitaria decisione del Parlamento di invio di aiuti militari, c'è una seconda individualissima ragione che dovremmo prendere in considerazione. Ciascuno di noi forse dovrebbe farsi carico di scelte che da un punto di vista strettamente personale implicano coerenza. Mi spiego meglio: noi saremmo pronti a morire, o ad acconsentire che i nostri figli, i nostri nipoti vadano a morire in una guerra, e mi verrebbe da dire, in qualsiasi guerra? Se la risposta della nostra coscienza è sì, allora va bene, mandiamo pure le armi. Se invece abbiamo dei dubbi, forse conviene riflettere. Voglio semplicemente dire che va fatto solo ciò che saremmo pronti a fare in prima persona.NAZIFASCISMOIo non giudico chi prende le armi in Ucraina. E' una scelta che fra il 1943-1945 alcune centinaia di migliaia di italiani fecero per combattere il nazifascismo. Mantengo precise convinzioni politiche, ma non sono affatto convinto che se quella storia dovesse ripetersi io andrei in montagna o spingerei i miei figli a farlo. Noi non siamo 'in situazione' e quindi serve pesare sia le parole che le azioni. Voi direte - e molti lo dicono - che questi sono pensieri 'meschinelli'. Ebbene sì, sono 'meschinelli', ma hanno il pregio dell'autenticità. --