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INVIATA A LEOPOLIC'è una lunga fila di tende con dentro 58 letti rivestiti di teli plastici igienici, quelli usati per evitare di spargere sangue ovunque. Ci sono i container con i medicinali, le apparecchiature per la routine sanitaria e «le ferite di guerra», c'è soprattutto una doppia cinta di sacchi di sabbia a proteggere questo ospedale da campo allestito ieri mattina nel parcheggio sotterraneo di un grande centro commerciale, alla periferia ovest di Leopoli, subito dopo il grande check point che presidia una delle strade di raccordo con la frontiera polacca. «Ci aspettiamo necessità mediche, siamo pronti» spiega concisa Kaitlin Lahm, portavoce della Ong evangelica nordamericana Samaritan's Purse che, d'intesa con il ministero della Salute ucraino, ha fornito la tensostruttura e si prepara a gestirla. All'esterno, accanto ai carrelli rossi della spesa, i militari vigilano armati e chiedono di non indicare l'indirizzo. Il giorno dopo il raid contro il centro di addestramento militare distante appena 40 chilometri, Leopoli sente il fiato sul collo. Nessun cambio di passo nell'andatura indolente e pacifica di questa piccola Vienna, ma la consapevolezza che la battaglia vera è questione di tempo. «Questa non è una guerra novecentesca, la vittoria oggi dipende dalla velocità con cui si anticipa il pericolo e la Nato, come l'Europa, ha già titubato fin troppo» dice il responsabile dell'amministrazione militare regionale, Maksym Kozytsky, al termine della conferenza stampa nella quale, ancora una volta, la vice premier Iryna Vereshchuk nega che tra le 37 vittime del bombardamento su Yavoriv ci fossero cittadini di altri Paesi, confermando la versione dell'Alleanza atlantica e sigillando la storia dentro un silenzio pieno di domande. Nessuno ha voglia di parlare di quei volontari stranieri che Mosca sostiene fossero aquartierati a Yavoriv nel momento in cui l'Ucraina e il suo finora cheto fronte occidentale hanno bisogno di tutti gli amici possibili, senza esclusioni. Compresi i giovani bielorussi vicini alla destra ultranazionalista che vorrebbero raccontarsi, ma poi all'ultimo si tirano indietro. «Qui arruoliamo solo ucraini, gente che vive nel paese e gente della diaspora» taglia corto Juliana, 36 anni, mimetica e sguardo tagliente come lama, davanti all'ex sede del sindacato, tra McDonald's che i russi sotto sanzione non hanno più e il viale dedicato a Chevchenko, il cantore delle catene spezzate. Attorno a lei, che è tornata «per patriottismo» dalla Napoli dov'è cresciuta con la madre e dove ha lasciato i due figli, è un andirivieni senza fine di soldati delle Unità di Difesa Territoriale. Tanti. Poco loquaci. Non solo ucraini. I negoziati stagnano, l'Ucraina brucia, l'occidente sostiene Kiev ma senza esagerare mentre la Cina vagheggia di armare la Russia. Leopoli prepara un po' sottobanco i funerali del bombardamento più vicino di sempre e si mette in coda per il carburante. Al distributore dell'Anp, sullo stradone Stryiska, gli automobilisti aspettano fino a un'ora e mezza il loro turno, non perché scappino verso il confine, ma perché «a un certo punto in città di benzina non se ne troverà più». C'è una ragazza con il cappello bordeaux e suona il pianoforte sul piazzale della stazione, una famosa canzone popolare che si chiede come sia possibile non amare Kiev. La ragazza se lo chiede pensando allo zio, un militare in pensione della provincia di Mosca convinto, senza ombra di dubbio, che il governo ucraino sia pagato dall'America, che tutti qui, specie in Galizia, siano neonazisti nostalgici di Stepan Bandera e che le basi Nato, accessoriate di potenti armi chimiche, siano già operative e in procinto di combattere la Russia. La musica galleggia nel vuoto. Nelle ultime ore la marea degli sfollati senza orizzonte se non il binario del treno per la fuga si è ritirata, chi voleva partire è andato, gli altri restano, Leopoli è l'esilio ma pur sempre in Ucraina. «Ci aspettiamo di tutto da Putin e non ci troverà impreparati, neppure qui» dice Andrii, 37 anni, tre figli in Polonia con la moglie e la giornata impegnata a far arrivare dalla Germania le automobili usate comprate per la resistenza a suon di donazioni. Ne ha appena ricevute sei, già riparate e avviate alla volta di Kiev, ne aspetta altre. Il tempo, ancora lui, stringe. Poi bisognerà ricostruire. --© RIPRODUZIONE RISERVATA