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il personaggoStefano ManciniINVIATO A PECHINOUrla, piange di rabbia, poi torna fredda e lucida come quando scivola a 50 chilometri l'ora sul ghiaccio. «Per fortuna sono fatta così, è una dote che non devo allenare», spiega Arianna Fontana. Ha appena dominato i 500 metri dello short track e raggiunto l'ex fondista Stefania Belmondo tra le azzurre che hanno vinto di più alle Olimpiadi: 10 come il voto a quest'impresa che regala il primo oro alla spedizione italiana a Pechino.Arianna la vive con il brivido: dopo mezzo giro è già per terra, ma l'arbitro fischia e fa ripetere la partenza. Fosse successo pochi metri più avanti. «Sarebbe finita come a Sochi nel 2014, gara buttata via» racconta. Ha lasciato i capelli lunghi, ma li ha rasati sulle tempie. La mascherina nasconde le espressioni. «Quando ho sentito che saremmo ripartite, ho tirato un sospiro di sollievo». Il destino aveva altri piani. La seconda partenza è regolare, l'azzurra la controlla in seconda posizione, poi a due giri piazza il sorpasso capolavoro. Di lei meraviglia la sicurezza e la forza con cui annienta le avversarie. Nella semifinale era stato un sorpasso all'esterno, che nello short track è una dimostrazione di potenza, a consentirle di traghettare tranquilla in finale.Il successo, però, non allontana certi suoi cattivi pensieri. I rapporti con la federazione sono pessimi e la vittoria non aiuta a stemperarli, anzi, è un'occasione per rinfocolare la polemica. «Non vogliono che mio marito sia anche il mio allenatore. Gli hanno perfino vietato di parlare con gli altri tecnici federali e con gli atleti». Parliamo della gara? Del sorpasso, magari? «Lo faceva mio marito (Anthony Lobello, ndr) quando era in attività. Ho voluto a tutti i costi che me lo insegnasse». Finta all'esterno e attacco all'interno. «L'ho eseguito al momento giusto: è andata bene, non ci siamo toccate». Fontana si è imposta con il tempo di 42''488 davanti alla olandese Schulting e alla canadese Boutin. Una gioia, ma anche un segnale di sfida: «Anthony mi ha preparato al meglio anche nei periodi difficili come quelli per il Covid e mi ha portato qui al massimo della condizione. Ho vinto l'oro, c'è qualcosa di più che avrei potuto fare? Non mi sarei mai accontentata dell'argento».Dopo aver trascinato la staffetta mista al secondo posto, è arrivato il successo individuale, accompagnato dai complimenti del presidente del Coni Giovanni Malagò dalla camera di albergo dove è in isolamento causa Covid. Seguiranno altre gare per tentare di incrementare il bottino e puntare al record assoluto: i 13 podi dello schermidore Edoardo Mangiarotti (6 ori, 5 argenti e 2 bronzi). Arianna il suo filo cominciò a tesserlo a Torino 2006, a soli 15 anni. Fu un terzo posto a renderla la più giovane medagliata d'Italia ai Giochi invernali. A Vancouver 2010 arrivò il primo successo individuale, ancora un bronzo. Di lì una crescita costante fino all'oro di quattro anni fa in Corea, riconfermato ieri, con l'aggiunta dell'urlo liberatorio che, rivela, «mi è servito a scaricare la rabbia accumulata in questi anni». Le due vittorie a confronto? «Sono state emozioni diverse. Quello di PyeongChang era l'oro che mi mancava e che inseguivo, qua invece volevo far vedere quanto lavoro avevo fatto, nonostante tutto quello che abbiamo dovuto subire». Pechino diventa il crocevia della carriera: può essere l'affermazione definitiva come regina dello short track, perché l'anagrafe le regala ancora un'olimpiade, per di più sui ghiacci di casa di Milano-Cortina, oppure rivelarsi il canto del cigno di una delle più grandi atlete dello short track. Mancano 1000, 1500 e staffetta per prendere una decisione. E per togliersi ancora qualche soddisfazione. --© RIPRODUZIONE RISERVATA