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l'intervistaFrancesco Grignetti /romaEssere il responsabile della Protezione civile in Italia: per l'ingegnere Fabrizio Curcio è roba da non dormirci la notte. Una volta è un terremoto, poi un'alluvione, poi una valanga, poi i boschi che vanno a fuoco. E intanto c'è la pandemia. «Siamo un Paese fragile; niente ci è risparmiato», sospira. Ma è un italico errore concentrarsi soltanto sull'emergenza del momento, dimenticando ciò che è appena successo e non volendo vedere quello che potrà accadere domani. «Un limite del Paese intero. Ma senza consapevolezza, e adeguate scelte di prevenzione, non se ne esce», dice Curcio, scrollando le spalle. Ingegnere, cominciamo da quella volta, dieci anni fa, quando una nave da crociera si infranse sugli scogli dell'isola del Giglio con migliaia di passeggeri a bordo? Lei era il responsabile operativo della Protezione civile. «Fu un'emergenza davvero atipica. Non c'era nulla di codificato perché era un evento davvero inimmaginabile. Quando una nave del genere finisce su un fianco, con le cabine sommerse o quasi, e ci sono migliaia di persone a bordo da evacuare e salvare, la consideriamo un'emergenza di terra o di mare? Era fuori da ogni nostri protocollo. Devo dire però che venne il meglio del nostro sistema di protezione civile. Un metodo: ci mettemmo tutti attorno a un tavolo, ad esaminare i problemi e trovare soluzioni. La gente dell'isola fu meravigliosa, accogliendo migliaia di passeggeri bagnati e infreddoliti. Ma questo non ci meraviglia perché noi italiani nel momento delle emergenze, penso ai terremoti, dimostriamo una generosità fuori dal comune. Gli specialisti dei vigili del fuoco fecero miracoli per salvare le persone. Poi venne la fase successiva, e si mobilitò la comunità scientifica: con satelliti e sensori, gli scienziati tennero per mesi sotto controllo quella nave che stava in bilico sul fianco, appoggiata a due scogli, sottoposta al moto ondoso. La preoccupazione era l'ambiente, ovviamente. Infine ci fu l'acuto dei tecnici, che rimisero in galleggiamento la nave e la portarono via». Una storia di successo. Ma anche di incredibile sottovalutazione del rischio da parte del comandante Schettino. «C'è anche questo, nel carattere nazionale. La sottovalutazione dei rischi. In questo periodo, per dire, siamo tutti focalizzati sul rischio sanitario, ed è comprensibile ma gli altri rischi non sono mica svaniti per miracolo. Vede, una delle lezioni della pandemia è che non c'è emergenza che si possa gestire se manca la collaborazione dei cittadini. E allora, anche se c'è il Covid, dobbiamo ancora pensare al pericolo degli incendi e fare attenzione ai boschi. Oppure il rischio di terremoti: esiste il bonus edilizio, e capisco che sia bello avere la facciata ridipinta, ma pensiamo anche a mettere in sicurezza sismica gli edifici, specie quelli storici». Già, i terremoti. «Ho scritto di recente ai presidenti delle Regioni per chiedere loro di riprendere in mano i piani di emergenza. Ci sono alcune Regioni che sono senza. E anche molti Comuni. Ma senza piani di emergenza, come possiamo mitigare il rischio? Noi chiediamo che siano piani partecipati con i cittadini, conosciuti da tutti, ben spiegati, non meri adempimenti burocratici da lasciare ammuffiti in qualche cassetto». Nell'emergenza pandemica, però, avete avuto un ruolo minore. Possiamo fare un bilancio di questi due anni? «Guardi, parlano gli atti ufficiali: la Protezione civile fu attivata nel gennaio 2020, ma dopo appena un mese entrò in campo un commissario straordinario. Ci hanno richiamati di nuovo nel gennaio 2021, quando si decise la strategia della vaccinazione massiva, con gli hub, e i nostri volontari sono tornati utilissimi. Questi i fatti. Ora, premesso che con il commissario straordinario Paolo Figliuolo i rapporti sono ottimi, e ci sentiamo quotidianamente per pianificare i passi del piano di vaccinazione, se lei mi chiede un bilancio, allora devo dire che forse occorrerà ripensare qualche legge. Il Codice di protezione civile del 2018, che nacque, come tutti ricordano, sull'onda della reazione a una Protezione civile che forse si occupava di troppe cose, ha previsto per noi un sentiero strettissimo. Possiamo occuparci esclusivamente dei rischi di protezione civile vale a dire terremoti, frane, alluvioni, cose del genere. Il rischio sanitario, per esempio, non c'è. Ma voglio dire: e il rischio cibernetico? Se per un attacco informatico accadesse che un pezzo di Paese va in tilt, i cittadini non si aspetterebbero aiuto dalla Protezione civile? », Intanto il triste anniversario di Rigopiano, ci rammenta che in Italia troppe volte si è costruito sfidando la natura. «Senza entrare nel merito di un procedimento penale, e con enorme rispetto per il dolore di chi ha perso un familiare o un amico in quella tragedia, Rigopiano ci dice che in effetti in passato si è permesso di costruire laddove la sensibilità odierna direbbe di non farlo. Ma il punto è: che fare ora con l'esistente? Non possiamo certo immaginare di chiudere ed evacuare interi quartieri perché a rischio di alluvione. Ecco perché dobbiamo predisporre dei piani di emergenza e dobbiamo condividerli con i cittadini. Dobbiamo cioè mitigare il rischio». Intende dire che dobbiamo conviverci? «Torno al rischio sismico. Sappiamo che tantissime costruzioni, specie nei centri storici, non rispettano i criteri antisismici. Gli enti locali devono da fare la loro parte, ma anche i cittadini devono pensare a proteggersi. Facciano tutto quello che si può per migliorare la tenuta della casa dove vivono». Senta, ingegner Curcio, lei che ne è il responsabile, direbbe che la Protezione civile è pronta e che gli italiani possono stare tranquilli? «Io dico che il sistema funziona. La Protezione civile è un organismo complesso, con i volontari, i Comuni, le Regioni, i corpi dello Stato. Non è un organismo statico, ma estremamente dinamico. Noi perciò dobbiamo stare attenti ai rischi per la comunità, ma anche alla sua evoluzione. Se dovessimo allestire una tendopoli come si faceva solo dieci anni fa, sarebbe un errore. Nel frattempo è esplosa la tecnologia e dare una tenda a chi è rimasto senza casa, ma non il wi-fi, sarebbe sbagliato». --© RIPRODUZIONE RISERVATA