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Nicla pancieraQuanto tempo viviamo e quanto bene invecchiamo dipende da molti fattori. Alcuni, come l'alimentazione e gli stili di vita, sono sotto il nostro controllo. Ora si è scoperto che anche i microbi intestinali possono fare la differenza: in quei miliardi di organismi che ospitiamo può nascondersi il segreto della longevità, della nostra. Dopotutto svolgono funzioni necessarie alla nostra sopravvivenza come l'assorbimento dei nutrienti, la sintesi vitaminica, la raccolta di energia, la modulazione infiammatoria e della risposta immunitaria. Con l'invecchiamento vanno incontro a una serie di modificazioni, diventando meno efficaci nello svolgere i loro fondamentali servigi. Secondo gli studi più recenti, le persone più longeve hanno una flora batterica caratteristica e intervenire su di essa allunga la vita. I centenari della Corea del Sud hanno un più elevato rapporto tra Firmicutes e Bacteroidetes, le principali specie che colonizzano un intestino in salute. Secondo un altro studio, condotto su 9 mila adulti, un microbiota legato a un invecchiamento sano contiene meno batteri del genere Bacteroides e più Akkermansia e Christensenella, che sono associati a una minore infiammazione, un migliore metabolismo degli zuccheri e dei grassi e a un corpo magro.Il microbiota influenza anche il modo in cui elaboriamo le emozioni. Già nel 2017 uno studio di risonanza magnetica aveva visto che, a seconda che i batteri intestinali prevalenti fossero Prevotella o Becteroides, i volontari avevano reazioni diverse a immagini emotivamente disturbanti. Inoltre, agendo sul microbiota con dei probiotici è possibile modificare queste reazioni.Si è sempre pensato che il cosiddetto asse intestino-cervello fosse un'interazione nervosa o mediata dalla permeabilità della barriera intestinale, con l'entrata in circolo di sostanze tossiche, capaci di raggiungere l'encefalo. Invece, uno studio rivoluzionario appena pubblicato su «Science» mostra per la prima volta l'esistenza di un meccanismo diretto. Studiando i sintomi associabili al sistema nervoso centrale, come ansia e deficit di memoria, che colpiscono il 40% dei pazienti con colite ulcerosa, si è scoperto che a livello del plesso coroideo, che produce il liquor e filtra il sangue nel liquido cerebrospinale, oltre alla barriera epiteliale esiste un network vascolare mai descritto prima. «In condizioni normali questo "cancello" consente l'ingresso di molecole derivate dal sangue, ma si chiude in caso di infiammazione in organi anche distanti, come l'intestino», ci spiega la responsabile del lavoro, Maria Rescigno, capo del Laboratorio di immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas a Milano: «La chiusura della nuova barriera vascolare del plesso coroideo, con l'isolamento del cervello, è quanto causa i disturbi come gli stati d'ansia». I risultati indicano una via da percorrere anche per l'Alzheimer, neurodegenerazione legata a un'alterazione dello smaltimento di alcune proteine e a un'anomala attivazione della microglia, le cellule cerebrali immunitarie, alterate anche in caso di disbiosi intestinale.Il microbiota, poi, ha un legame con determinate malattie e con il metabolismo dei farmaci: «E' difficile dimostrare l'associazione causale tra un ceppo batterico e una patologia, perché bisognerebbe studiare la modificazione del microbiota nel tempo». In generale la disbiosi intestinale è associata a infiammazione che, se cronica, facilita mutazioni che possono diventare tumori. Poi, oltre ai batteri cattivi, vi sono quelli buoni, in grado di contrastare la patogenesi di alcune malattie. È il caso delle Erysipelotrichaceae, il cui potere protettivo contro il tumore al colon è stato scoperto da Rescigno. «Inoltre, alcuni microbi degradano i chemioterapici rendendoli inefficaci, mentre altri influenzano positivamente l'immunità antitumorale e possono migliorare la risposta all'immunoterapia - aggiunge -. Esistono tre enterotipi batterici, caratterizzati dalla prevalenza di diversi generi Bacteroidetes, Prevotella e Ruminococcus, preponderanti rispettivamente in chi segue una dieta ricca di proteine e grassi animali, di carboidrati e proteine vegetali e infine di fibre. I pazienti con arricchimento di Ruminococcus sono quelli che rispondono di più all'immunoterapia». --© RIPRODUZIONE RISERVATA