Cappato: «Il Paese perde credibilità e intanto i malati restano nel limbo»
l'intervistaromaPer il tesoriere dell'associazione Coscioni, Marco Cappato, che con il processo per il caso Dj Fabo ha aperto la strada alla legalizzazione del suicidio assistito, l'immagine dell'Aula di Montecitorio semivuota, nel giorno in cui inizia la discussione del testo sul fine vita, «è un danno che il Parlamento infligge a se stesso, prima ancora che ai malati che attendono questa legge. Così perde credibilità e non è un bene per il Paese».Cappato, al di là del "danno di immagine", che segnale ha colto dalla Camera?«Che questo non fosse un dibattito legato a una reale volontà di decidere in tempi brevi. Come se la stragrande maggioranza dei parlamentari la considerasse una discussione puramente interlocutoria, sapendo già che verrà rinviata al prossimo anno». Il testo è arrivato in Aula troppo tardi o troppo presto?«Tardi, perché sono tre anni che è fermo alla Camera. Ma al tempo stesso, ho visto una fretta improvvisa in tutte le forze politiche, dopo anni di inazione, dopo che abbiamo raccolto le firme per il referendum sull'eutanasia. Sembra si voglia dare un segnale alla Corte costituzionale, chiamata a decidere a breve sull'ammissibilità del quesito referendario».Teme che la Consulta possa dichiarare inammissibile il referendum?«Confido nel fatto che la Corte deciderà in pena autonomia e che questo tipo di pressioni non trovino ascolto. Anche perché l'oggetto del referendum riguarda l'omicidio del consenziente e non è coperto da questa legge, che riguarda il suicidio assistito. Mi preoccupano, invece, altre questioni». Quali?«Ho sentito durante il dibattito in Aula, da parte di chi appoggia questa legge, prendere posizione come se il suicidio assistito non fosse legale in Italia. Come se l'approvare una qualunque legge fosse di per sé sufficiente. Ma il suicidio assistito è già un diritto garantito dalla sentenza della Consulta del 2019. Una legge, invece, è utile solo se garantisce e rafforza quel diritto già acquisito».E questa legge non lo farebbe?«Doveva stabilire una procedura per accedere al suicidio assistito con dei tempi certi, ma questi tempi non ci sono. Anzi, si aggiungono una decina di passaggi burocratici. Il caso di Mario, il malato nella Marche che da settimane attende il farmaco letale, è la dimostrazione che l'assenza di termini certi di risposta lascerà altri malati come lui in un limbo, anche dopo l'eventuale approvazione della legge. E c'è poi un altro elemento fondamentale».Prego.«La Corte è partita dal caso di Fabo, che era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali. Ma come ha stabilito anche il comitato di bioetica, è discriminatorio escludere dal diritto a morire i malati che non hanno bisogno di trattamenti di sostegno vitali, ma che sono costretti a una sofferenza insopportabile. C'è l'occasione per eliminare questa discriminazione».Pd e M5S sostengono che il testo sia frutto di una lunga mediazione con il centrodestra.«Se si fanno solo passi indietro rispetto alla sentenza della Corte, che compromesso è?».E se invece la legge naufragasse?«Ai malati direi che non c'è motivo di perdersi d'animo. Gli strumenti che abbiamo messo in campo in questi anni resteranno in piedi, dalla disobbedienza civile ai ricorsi in tribunale. Chi oggi vive questa urgenza e ha bisogno di risposte nell'arco di settimane o pochi mesi, è più probabile che le trovi nella sentenza di un giudice. Ma l'enorme differenza rispetto al tema del ddl Zan sta nel referendum sull'eutanasia, se la Corte lo ammetterà». -- fed.cap.© RIPRODUZIONE RISERVATA