Mancato arresto di Castellino Scintille Lamorgese-Meloni
Francesco Grignetti /romaUn'ennesima giornata sulla graticola per la ministra Luciana Lamorgese. Stavolta ad attaccarla a testa bassa non è il solito Matteo Salvini, ma Giorgia Meloni e tutti i suoi. È successo infatti che la ministra dell'Interno in Parlamento abbia spiegato che sabato scorso a Roma, quando ci si è resi conto che Giuliano Castellino, il quarantenne scatenato leader di Forza Nuova, si era messo a capo delle violenze di piazza, i responsabili dell'ordine pubblico presenti hanno deciso che non era il caso di arrestarlo, anche se c'erano ormai i presupposti, perché sarebbe stato peggio. Hanno avuto paura di incendiare la piazza. Questa risposta, però, non è piaciuta a Giorgia Meloni. Anzi, l'ha convinta che la polizia abbia avuto l'indicazione di far correre, pur sapendo che si sarebbe finiti con la devastazione della sede del sindacato, perché questo esito avrebbe messo in difficoltà lei e il suo partito. Un piano machiavellico che lei denuncia così: «Quello che è accaduto sabato è stato volutamente permesso. Ci riporta agli anni più bui della storia italiana. È stato un calcolo. Siamo tornati alla strategia della tensione». Uno scontro al calor bianco. La ministra dell'Interno aveva tentato di spiegare la logica di chi era in piazza a gestire l'ordine pubblico. Focalizzandosi su Giuliano Castellino «il quale, anche in tale circostanza, si è evidenziato per un deciso protagonismo, rilevatosi soprattutto in occasione del suo intervento in Piazza del Popolo, allorché ha preso la parola, facendo riferimento alla volontà di indirizzare il corteo verso la sede della Cgil». Che ci fosse lui, a capo del gruppo che ha poi sfondato il cordone degli agenti e ha fatto irruzione nel palazzo, lo racconta anche la ricostruzione della procura di Roma. Un soggetto che sarebbe sottoposto a Daspo e che quindi, teoricamente, in piazza non avrebbe potuto essere. Tanto meno alla guida di chi voleva sfasciare tutto. «Tuttavia, la scelta di procedere coattivamente, nell'immediatezza, nei suoi confronti non è stata ritenuta percorribile da parte delle autorità di pubblica sicurezza e da parte dei responsabili dei servizi di sicurezza che erano nella piazza, nella considerazione che un intervento coercitivo, eseguito in un contesto di particolare eccitazione e affollamento, presentava l'evidente rischio di provocare reazioni violente da parte dell'interessato e dei suoi sodali». È questa, in fondo, la filosofia della polizia da tempo. Quando le situazioni di piazza rischiano di degenerare, meglio tollerare qualche corteo non autorizzato, qualche fumogeno, qualche intemperanza verbale. Purché si resti nel limite dell'accettabile. Solo che sabato scorso non è andata affatto così. E ora questa scelta di tolleranza sembra ritorcersi contro la ministra Lamorgese. Perché dalle parti di Fratelli d'Italia è un coro di accuse. Meloni aveva urlato in Aula poco prima: «Noi siamo distanti anni luce da qualsiasi movimento sovversivo, particolarmente da Forza Nuova. Non solo per fatto ideologico, ma perché le scelte di queste organizzazioni sono sempre sinistramente proficue per la sinistra. Facendo accostamenti inesistenti, la sinistra sostiene che anche il partito della destra repubblicana, primo partito italiano, è un partito fuori dalla democrazia, e quindi è eversivo, e quindi va sciolto. Ed è proficuo per un governo che può far finta di non vedere che in piazza, sabato, c'erano migliaia e migliaia di persone che hanno il diritto di manifestare il dissenso». A difesa della Lamorgese, si erge però il segretario del Pd, Enrico Letta: «Leggo l'atteggiamento di oggi della Meloni: è un modo per cercare di coprire le proprie responsabilità rispetto al fatto che nelle ore successive non ci sia stata una condanna chiara ed evidente rispetto alla matrice fascista di questo evento e ritengo siano profondamente sbagliati i toni usati oggi in Parlamento». --© RIPRODUZIONE RISERVATA