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l'intervistaEmanuela MinucciCarlo Petrini, il fondatore di Slow Food, ha appena saputo di avere perso un grande amico. Ma non solo. Anche un'anima gemella, di battaglie politiche dello stesso segno. La politica dello stare sempre dalla parte degli ultimi. Di chi non ha mezzi per difendersi. Gino salvava vite nei paesi del Terzo Mondo e costruiva ospedali. Carlo si è inventato progetti come «Terra Madre» per restituire a contadini dimenticati e poverissimi, la dignità che meritavano, scoprendo in loro sapienze antiche e saggezza annegate in umiliazioni e povertà.Da quanto tempo conosceva Gino Strada?«Da oltre vent'anni. E non ci siamo mai persi di vista. Quando non ci riuscivamo a vedere c'era il telefono a colmare le distanze. Raramente di una persona ho condiviso ogni ragionamento, ogni parola compresi i momenti in cui perdeva la pazienza. Per me era un amico fraterno con cui ho condiviso moltissime battaglie: l'ultima quella sul 25 aprile, sul fatto che è un errore considerare finito il tempo della resistenza, perchè la lotta per le libertà non finisce mai».Che cosa le mancherà di più di lui?«Credo che virtù come la coerenza e il senso di abnegazione di cui ha dato prova Gino nel corso di una vita dedicata agli altri non si troveranno in altri tanto facilmente. È stato un grande esempio per tutti, e mi sembra così triste parlarne al passato, non ci credo ancora, è stata una mazzata».Di che cosa restano orfani l'Italia e il mondo?«Perdiamo un personaggio che era l'incarnazione dell'altruismo. Un carattere e, ripeto, un senso di abnegazione, che temo sarà irripetibile. Un uomo straordinario che continuerà a vivere nella sua Emergency e nei tanti progetti che hanno assorbito la sua esistenza spesa a salvare più vite possibili».Lei dice di essergli stato molto affine. Che cosa intende?«Mi riconoscevo nelle sue battaglie e penso che lui condividesse le mie. Inoltre ne abbiamo combattute parecchie anche fianco a fianco. E non ho mai avvertito nei suoi discorsi, nelle sue prese di posizione, qualcosa di stonato o qualcosa che non avrei completamente sottoscritto: aveva un senso della giustizia innato. Siamo simili, anzi purtroppo lo eravamo, anche se lo ripeto proprio non mi viene di parlarne al passato, è più forte di me».Quando lo ha visto l'ultima volta?«Più di un anno fa, perché in questi ultimi mesi di pandemia non era facile incontrarsi. L'ho invitato più volte a Pollenzo, ma lui era sempre molto impegnato e non gli è mai stato possibile venire a trovarmi. È stato un vero peccato». --© RIPRODUZIONE RISERVATA