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l'intervistaMonica PerosinoCi fu un momento, dieci anni fa, in cui l'intera Norvegia rialzò la testa e si raccolse, ancora annichilita nello sgomento, attorno a un uomo che fin ad allora sembrava un primo ministro freddo e distante, monotono nella sua condotta irreprensibile consacrata all'arte dello Stato. Successe quando, a poche ore dal massacro, quell'uomo, il primo ministro laburista Jens Stoltenberg, ruppe gli schemi della compostezza scandinava e della retorica politica e, in un discorso alla nazione inorridita, chiese di contrastare l'odio con più amore, l'intolleranza con più tolleranza e apertura. Jens Stoltenberg oggi è il segretario generale della Nato, ma ogni 22 luglio torna a Utøya, lo farà anche quest'anno.Si ricorda quel giorno?«Ne ricordo ogni singolo istante. Ero a casa mia, a Oslo, stavo preparando il discorso che avrei dovuto tenere l'indomani proprio a Utøya. Poi ho sentito un'esplosione. Allora abitavo vicino al mio ufficio, nel palazzo del governo. Il boato è arrivato distintamente. Le guardie di sicurezza che erano con me mi hanno subito detto che era in corso un attacco contro il governo e mi hanno costretto ad andare nella camera di sicurezza in cantina. Ho protestato, non volevo andare, ma mi hanno costretto. Mi hanno detto che il secondo attacco poteva essere per me, per il primo ministro. Sono sceso».Là sotto ha capito subito l'entità dell'attacco?«Ero nella cantina quando mi hanno avvertito che era in corso un attacco a Utøya. In quel momento sono arrivati i primi sms:erano dall'isola, mi stavano dicendo che qualcuno stava sparando. Facevo fatica a crederci. Poi ho ricevuto un messaggio che diceva che Monica era stata uccisa. Era un'amica, la conoscevo da trent'anni. È stato in quel momento che l'orrore ebbe un volto».Monica Bosei è stata la prima a incontrare Breivik sull'isola e a essere uccisa. La chiamavano Mamma Utøya perché è stata l'organizzatrice dei campi estivi per 20 anni. Anche per lei era un simbolo?«Oltre a essere un'amica lei rappresentava quella magnifica esperienza che erano i campi dei giovani laburisti. Ci andavo dal 1974 e, sebbene in veste diversa, quel 22 luglio, non vedevo l'ora di esserci, di riconoscermi e incontrare me stesso nei volti di quei ragazzini».All'inizio si pensava a un attacco islamista?«Non sono portato né incline a fare speculazioni, ma molti nell'immediatezza dell'attacco dicevano che l'attentato era di matrice islamista, di Al Qaeda. Solo quando lo arrestammo capimmo chi fosse, e fu una lezione per tutti».Che lezione?«Che terrorismo e violenza arrivano mascherati in molte forme, si nascondono dietro idee e fedi, ma alla fine sono forme d'odio che prescindono da religioni e ideologie».Dieci anni dopo il massacro e dopo la sua carica alla Nato è ancora convinto di quello che disse allora, che alla violenza biosgna rispondere con la tolleranza?«Il terrorismo si combatte con l'amore, sì. L'odio si combatte con la tolleranza. I principi di apertura e accoglienza oggi sono più forti che mai. Se "loro" vogliono distruggere la democrazia con l'odio, noi dobbiamo combattere con l'amore, la libertà, i principi democratici. Questi valori sono sotto attacco, ma dobbiamo resistere».Se si trovasse di fronte Breivik oggi, cosa gli direbbe?«Non ho nessuna intenzione di parlargli, non ho niente da dirgli. Il nostro sistema giudiziario ha parlato per tutti noi».E se si trovasse di fronte i sopravvissuti?«Ce li ho di fronte spesso, lavoriamo insieme, molti di loro sono attivi in politica, e ci vediamo ogni 22 luglio».Ha dei rimpianti sulla gestione della crisi?«Ci sono stati degli errori, è cosa nota. La polizia avrebbe dovuto muoversi meglio. La crudele realtà è che avremmo potuto salvare delle vite. Ma ricordiamoci una cosa: c'è un solo responsabile da biasimare per questa immane tragedia».Ancora oggi molti dei sopravvissuti subiscono minacce da parte dei neonazisti e Breivik continua ad essere un "modello" per i suprematisti bianchi, come l'autore della strage di Christchurch, per dirne uno... «Lui non era solo neanche allora: questi individui hanno sempre una rete, condividono informazioni, si scambiano opinioni e sostegno. Il 22 luglio ha lasciato una cicatrice permanente nella nostra storia. Ma la brutale realtà è che ci sono molte più date: Bruxelles 22 marzo, Orlando 12 giugno, Nizza 14 luglio, Parigi 7 gennaio e 13 novembre... A Kabul e Baghdad quasi ogni settimana. Non sono "idee" che rimangono, è la violenza contro un modello di società aperta. Proteggerla è una nostra responsabilità, è una responsabilità di tutti». --© RIPRODUZIONE RISERVATA