Banda dei finti sequestri Per la messinscena in Siria scattano arresti a Brescia

Fabio PolettiINVIATO A FOLZANO (BS)Dicono che l'idea sia venuta al bar, davanti all'ennesimo "pirlo": vino bianco, bitter e una spruzzata di seltz. Il carburante giusto per macinare con la testa i 3 mila e 300 chilometri che dividono Folzano - una chiesa, un bar, una farmacia nel nulla del bresciano - con la Turchia e poi la Siria, terra di jihadisti e, pensavano loro, di soldi assai facili. Adesso si scopre che il rapimento di Alessandro Sandrini e di Sergio Zanotti, spariti nel 2016 e liberati poi nel 2019, era una gigantesca messinscena. Almeno all'inizio, prima che la banda di albanesi della zona con cui si erano accordati, li rivendesse per davvero a un gruppo vicino ad Al Qaeda. Le conclusioni dell'inchiesta della Procura di Roma con l'arresto di due albanesi e un italiano, che materialmente organizzarono il finto sequestro, oltre a una decina di indagati tra cui lo stesso Alessandro Sandrini, sotto inchiesta per simulazione di reato e truffa, a Folzano frazione di Brescia, lasciano tutti a bocca aperta. I millecinquecento abitanti di questa frazione avevano passato anni con il batticuore. Le immagini di Alessandro Sandrini, uno spiantato con cattive compagnie, in tuta arancione inginocchiato davanti ai miliziani di Al Qaeda, le ricordano tutti: «Sono stato rapito dai jihadisti, mi uccidono, l'Italia mi aiuti». Come quelle di Sergio Zanotti, barbone candido, improbabile imprenditore anche lui del bresciano, che legge il proclama in tunica bianca davanti al miliziano armato.L'ex fidanzata di Alessandro Sandrini, Miriana ai magistrati: «Mi promise centomila euro per tenere il gioco con la sua famiglia, i giornali, le forze dell'ordine». Ai magistrati romani risulta che i soldi andarono sia a chi organizzò il sequestro, gli albanesi Frredi Frokaj e Olsi Mitraj e l'italiano Alberto Zanini, tutti del bresciano, tutti ora in carcere, ma pure ai familiari dei sequestrati. Nella casa tutta rossa tra i campi di Folzano dove Alessandro Sandrini vive ancora con la madre e dove sul citofono sono tutti parenti, fanno fatica a parlare. Un vicino con lo stesso cognome della donna è lapidario: «Ho saputo ma non ho proprio nulla da dire». Gianfranco Sandrini, il padre di Alessandro, si è risposato e vive altrove. Al telefonino fa lo stupito ma subito si difende: «Siamo sconvolti da questa cosa. Figuriamoci se abbiamo preso dei soldi. Mio figlio non ci ha mai detto nulla. Sono stati anni difficili quelli, è stata una fortuna che sia tornato vivo dal sequestro. Adesso tutta la situazione è diventata imbarazzante. Ma io non credo che mio figlio possa aver fatto una cosa del genere e si sia inventato tutto».A non crederci erano stati per primi gli uomini del Ros dei carabinieri e dell'intelligence che avevano seguito il caso. Dopo tre anni nelle mani dei jihadisti sembrava che da sequestrati stessero troppo bene. E poi si fa fatica a credere ad Alessandro Sandrini quando, sentito dai magistrati, disse che era andato ad Adana, in Turchia, solo per una vacanza, perché costava meno di Istanbul. O a Sergio Zanotti, che al momento non risulta inspiegabilmente essere indagato, quando fa mettere a verbale che lo presero mentre era andato in Turchia a comperare monete antiche che voleva rivendere. Bugie su bugie, programmate al tavolino di un bar, dove tutto sembra facile e a portata di mano. Pensando solo ai soldi facili da spillare allo Stato che paga milioni per i riscatti dei sequestrati. Mentre gli abitanti di Folzano non sapevano niente e andavano a pregare nella chiesa di San Silvestro, l'unica del paese, una grande facciata bianca. Don Sergio ricorda i momenti belli della liberazione, anzi vuole ricordare solo quelli: «Ci fu grande sollievo quando Alessandro venne rilasciato. Avevamo pregato tanto per lui e per l'altro bresciano. Come parrocchia siamo stati tutti vicini alla famiglia». -- © RIPRODUZIONE RISERVATA