«La torre fu il simbolo della Pavia storica ma può esserlo anche del nostro futuro»
l'intervistam. grazia piccalugaTrentadue anni fa come oggi, alle 8.55, la torre civica di Pavia crollava, accasciandosi con le sue tonnellate di pietra su piazza del Duomo e sulle case di via Omodeo, aprendo uno squarcio nella città e lasciando una lunga scia di dolore: 4 morti e 15 feriti. Oggi, come ogni anno, le autorità ricordano quel tragico evento con una cerimonia davanti ai resti della torre. Una corona di fiori, parole per perpetuare la memoria delle vittime. Per anni a Pavia si è dibattuto sull'opportunità di ricostruire la torre simbolo del potere laico, i cittadini si sono schierati su fronti opposti, gli animi si sono spesso accesi. Molti protagonisti di quel dibattito oggi non ci sono più. Altre emergenze premono. «Le giovani generazioni non hanno un ricordo vivo di quello che è accaduto - riflette l'architetto Mario Mocchi, da sempre impegnato sul fronte della conservazione del patrimonio storico, prima in Pavia Monumentale e ora con Italia Nostra -. Una volta superata la pandemia però sarebbe interessante rinnovare il discorso sulla torre civica e sull'opportunità o meno di ricostruirla».Lei è sempre stato un sostenitore della ricostruzione. Un tema delicato. Ne è consapevole.«Quando si parla di ricostruzione della torre c'è la tendenza a schierarsi. C'è chi sostiene che la torre debba essere rifatta com'era e dov'era e viene per questo accusato di essere nostalgico e passatista. E chi dice che ci sono altre priorità, le strade, i servizi pubblici, le piste ciclabili, la manutenzione e il restauro preventivo dei monumenti. Tutto legittimo».Lei ha cambiato idea?«E' ovvio che ci siano delle priorità e che ci sia il rischio di ridurre la città ad una dimensione museale volendo conservare o ricostruire tutto ciò che è stato realizzato in quanto documento, testimonianza del passato. Non si può tenere tutto, mummificare la città. La conservazione del patrimonio non può essere un fine in sé, con il rischio di recuperare la città storica nella sola immagine e non nella sostanza».Però.... «Però a mio parere ci sono tre buone ragioni per costruire, senza fare un falso storico, la torre dov'era: in rapporto al duomo, in rapporto alla piazza, in rapporto alla città».Ce le può spiegare?«In rapporto al duomo c'è una ragione architettonica. La cattedrale viene citata per la sua grandiosa cupola che poggia su un tamburo. Visto oggi appare inspiegabilmente alto, sproporzionato rispetto al resto della chiesa e alle analoghe costruzioni rinascimentali. E questo per il fatto che la torre, preesistente, era la matrice spaziale della cattedrale. Dunque andrebbe ricostruita in quanto parte integrante di quell'organismo. In un momento storico in cui il dialogo tra potere civile e religioso era particolarmente difficile lo sviluppo in altezza della cupola doveva secondo il cardinale Riboldi competere e superare in altezza lo sviluppo della torre civica. E infatti la cupola sormontata dall'enorme lanterna raggiunge i 97 metri difronte ai 78 della torre civica».E in rapporto alla piazza e alla città?«Il duomo occupa un intero isolato, gli spazi aperti pubblici, le piazze sono la controforma del costruito. Ora mancano gli spigoli. Da quando negli anni trenta del secolo scorso sono stati demoliti i fabbricati verso sud e da quando la torre è crollata, la piazza del duomo non si chiude, non è capace di costruire un interno urbano. In questo senso la torre è il progetto di uno spazio pubblico. La torre insieme alla cupola aveva la capacità di segnare il centro, di costruire a scala urbana l'immagine della città. Mantenendo lo stesso volume, 12 metri per 12 e 78 di altezza, potrebbe ospitare mostre, sale per eventi e dalla sua sommità si potrebbe vedere il territorio circostante. Ricostruirla com'era sarebbe un falso storico. E allora perché non pensare a una torre analoga, che si ispira a quella precedente? Un simbolo della città del passato che può esserlo anche per la città del presente e del futuro». --