La transizione ecologica innesca una serie di questioni delicate

La transizione ecologica, che ora in Italia ha pure un ministero dedicato, esprime necessità difficilmente eludibili. Tant'è che per essa mostra, in prima battuta, vasto consenso. Ma è destinato a durare? Oppure conflitti d'interessi, silenti finché si è alle enunciazioni di principio, poi esploderanno con forza nelle piazze?Lo lasciano intendere i venti di rivolta a favore delle fonti fossili per l'energia dell'era di Trump; ed analoga è la vicenda in Francia dei gilet gialli. È facile prevedere che le politiche pubbliche "verdi", concretizzandosi, urteranno interessi e genereranno tensioni. D'altronde, il "chi pagherà" la transizione ecologica è cosa ineludibile. I costiIgnorare la questione è pericoloso per la democrazia; e pure, per alcuni aspetti, sbagliato. È illusorio, quantomeno dal punto di vista socio-economico, credere ad una transizione ambientale ad impatto zero. I suoi costi, oltreché di rilievo nel conflitto distributivo interno (oneri fiscali, ad esempio), vanno inquadrati come strumento di lotta competitiva la cui posta è il predominio industriale tra le diverse geoeconomie del pianeta. Ce lo ricorda il conflitto sul diesel, iniziato dall'amministrazione Usa al tempo della presidenza Obama, nei confronti della Germania (riguarda l'Italia per l'automotive è nella sua catena del valore); e nella stessa prospettiva è la contro strategia di condizionamento "verde" per la quale Berlino ha voluto condizionare l'erogazione del Next Generation Fund. Due opzioniSe l'ecologia diventa politica diviene portatrice di conflitti internazionali ed interni ed è politicamente dirimente individuare chi ne pagherà il costo. Si consideri la volontà di ridurre per l'energia la dipendenza da petrolio e carbone (tra le fonti energetiche le più convenienti). Le opzioni sono due: o si disincentiva chi le produce via tasse; oppure si sussidiano le rinnovabili. Nel primo caso si ha una traslazione in avanti su prezzi e tariffe con possibili effetti distributivi regressivi. In Francia con la rivolta dei già ricordati gilet gialli è emerso con chiarezza quale effetto possa produrre una tassa, magari per finanziare l'auto elettrica, però regressiva. Analogo discorso vale per una carbon tax europea sull'import di inquinanti.Rapporti di forzaSarebbe un'arma tipica delle guerre economiche: il protezionismo col correlato rischio di ritorsioni. Il tema è lo stesso: il cerino in mano di chi resta? Sarebbe questione di rapporti di forza cui neppure l'ecologismo può sottrarsi. Certo, la transizione energetica implica distribuzione di fondi e, giustamente, si sottolinea l'aspetto positivo sul Pil. Il paradosso potrebbe essere che il costo, via sussidi, sia del contribuente dei Paesi avanzati mentre il vantaggio competitivo vada a paesi terzi (Cina ma non solo) che producono energia con fonti tradizionali a basso costo. La rivolta della "cintura della ruggine" del Midwest Usa, i cui esiti hanno scosso le stesse fondamenta democratiche degli States, ci ricorda che la transizione energetica sarà tutto meno che un pranzo di gala. La politica, come sempre quando emergono nuove fratture sociali (classico il conflitto città/campagna con l'industrializzazione) si ridefinirà sulla "faglia ecologica. Reggeranno le democrazie occidentali al conflitto distributivo che ne deriverà? È l'incognita politica futura.