Il premier avvisa i ministri «Basta interessi di parte ora facciamo parlare i fatti»
il retroscenaAlessandro Barbera / ROMAPer comprendere lo stile del governo Draghi val la pena partire da un dettaglio. Palazzo Chigi, ieri. La prima riunione del consiglio dei ministri - mezz'ora in tutto - sta per finire. Il premier ha appena finito di elencare le priorità del discorso che pronuncerà in Parlamento la prossima settimana, su tutte l'emergenza sanitaria e del lavoro. Da uno dei ventitré loculi divisi dal plexiglass un ministro gli chiede quale sarà il tipo di comunicazione al quale si ispirerà. Una domanda non banale per chi, fra i tanti confermati, ha conosciuto quello vivace di Giuseppe Conte. La risposta si può riassumere così: farò parlare i fatti. Quando aprirò bocca, lo farò nel rispetto delle regole istituzionali. Un invito implicito ai colleghi a limitare la bulimia verbale. Sull'uscio di piazza Colonna non c'è un solo ministro disposto a concedersi a telecamere e taccuini. Non uno dei vecchi, non uno fra i nuovi. Si contiene persino Renato Brunetta, che ai giornalisti non si nega mai. L'ex governatore della Banca centrale europea non ha mai amato parlare più del dovuto. Dopo la convocazione del capo dello Stato al Quirinale lo ha fatto in pubblico due volte. La prima per accettare l'incarico, la seconda per elencare la lista dei ministri. La terza volta sarà al Senato per il voto di fiducia, mercoledì. La quarta alla Camera, giovedì. Dopo la riunione coi colleghi Draghi si fa accompagnare nella stessa stanza ad angolo lasciata un'ora prima da Giuseppe Conte. Piccola, con una loggia all'angolo fra piazza Colonna e via del Corso. Gabriele D'Annunzio l'aveva ribattezzato la «prua d'Italia». Draghi è accompagnato da una sola persona, l'appena nominato sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli, il più noto dei consiglieri di Stato, costretto a lasciare il ministero del Tesoro a fine 2018 per le pressioni dei Cinque Stelle e del portavoce di Conte, Rocco Casalino. Draghi ancora non ha né un capo di gabinetto, né una segreteria, né tantomeno un portavoce. Li sceglierà nei prossimi giorni, non prima di aver spiegato agli italiani cosa intende fare nei mesi che passerà alla prua del Belpaese. «Fino a mercoledì non farà altro», riferisce chi lo ha sentito nelle ultime ore. Ha chiesto contributi ai ministri vecchi e nuovi, e ne farà un sintesi nel discorso di insediamento. Dai resoconti riservati della riunione di ieri si intuiscono le priorità di un governo «ambientalista»: un «buon Recovery Plan» e le emergenze sanitaria e del lavoro, «ciò che serve per mettere in sicurezza il Paese». Il primo dossier sono i trentadue miliardi del decreto Ristori, scritto dal governo Conte e che ora potrebbe subire modifiche. Il secondo saranno i licenziamenti: il 31 marzo scade il blocco generalizzato per legge. Per ora Garofoli sarà l'unico ad aiutarlo. La sua nomina, che i Cinque Stelle vivono come un affronto, per il premier è la garanzia di una navigazione senza iceberg. «Ogni volta che un mio provvedimento è capitato fra le sue mani non ha subito un intoppo o un ricorso», racconta sotto stretto anonimato uno dei ministri. Se per i grillini Garofoli rappresenta uno dei mandarini più potenti e autoreferenziali della burocrazia, per Draghi vale l'esatto opposto. Dieci anni alla direzione generale del Tesoro gli hanno insegnato che il primo alleato di chi decide devono essere i funzionari. Dai primi atti si intuirà la capacità dell'ex banchiere centrale di tenere insieme una squadra eterogenea, che attorno allo stesso tavolo siede Giorgetti e Speranza, Orlando e Brunetta, le ansie del Nord che vuole superare la crisi e i timori per le varianti del virus, la paura di chi teme per il lavoro e chi ha la garanzia che nessuna pandemia glielo sottrarrà. «Veniamo da storie diverse, mi auguro questa squadra si mostri unita e che ciascuno di noi sia capace di rinunciare a qualcosa, senza interessi di parte». Più fonti raccontano Draghi non avrebbe voluto un governo con tanti politici, quindici su ventitré. Fosse dipeso da lui, ogni partito avrebbe espresso un solo rappresentante. È stato Sergio Mattarella a consigliargli di fotografare il più possibile i rapporti di forza in Parlamento, e avere così una maggioranza più sicura. Ciò non è bastato a evitare le lamentele di chi - i Cinque Stelle soprattutto - è stato avvertito solo all'ultimo dell'alchimia scelta dal presidente e dal premier. Ora Draghi è sulla prua della nave, e ci resterà fino a che quel Parlamento glielo consentirà. --© RIPRODUZIONE RISERVATA