Per il nuovo controllo ci vorranno tra 5 e 8 miliardi

L'analisiPaolo Baroni / ROMALa premessa che fanno tutti, analisti finanziari, broker e possibili nuovi investitori, è la stessa: prima si disinnesca la questione della revoca della concessione e, soprattutto, si sistema la questione delle tariffe e poi si può ragionare dei passaggi successivi. Ovvero del cambio di governance. Perché, anche se scenderà il gettito dei pedaggi, la società Autostrade resterà sempre un buon investimento, perfettamente in linea con i requisiti richiesti da istituzioni come Cassa depositi, i fondi che investono in infrastrutture come pure le grandi compagnie di assicurazione, che prima di scegliere se puntare su una società richiedono visibilità del business e piani finanziari chiari e rendimenti altrettanto certi (oltre che sostanziosi). «Se la situazione si chiarisce ed Atlantia trova un'intesa col governo - assicura una fonte vicina al dossier - è possibile che il cambio di proprietà avvenga in tempi molto rapidi, se non addirittura repentini». Già, ma quanto vale la società? Quanto bisogna mettere sul piatto per avere il 51% di Aspi e ridurre i Benetton attorno al 30 una volta acquisito, ovviamente, il loro consenso? Nei contatti delle settimane passate tra Cdp e Atlantia, stando a indiscrezioni, pare si ragionasse su un range compreso tra 8 e 12 miliardi di euro; per il governo, o almeno quella parte che punta a forzare la trattativa se non addirittura a defenestrare la famiglia di Ponzano, invece non si va oltre i 7-8. Secondo Marco Opipari analista di Fidentiis, «ipotizzando un taglio delle tariffe del 5% il valore di Aspi dovrebbe essere pari a 9 miliardi» per cui «l'88% oggi in mano ad Atlantia ne varrebbe a sua volta circa 8». A suo parere però, ipotizzare un aumento di capitale a carico dei nuovi soci per sopravanzare in questo modo la quota di Atlantia senza dover comprare direttamente titoli da questa società, è «un'operazione senza senso», perché dovrebbe essere fatta ad una cifra superiore agli 8 miliardi. Mentre se più semplicemente ci fosse una cessione del pacchetto di controllo detenuto da Atlantia, ipotesi sinora scartata per il veto dei 5 Stelle, di miliardi basterebbe investirne circa 4,5.La cordataUna ipotetica cordata composta da Cdp, Unipol, Generali, Poste Vita, assieme ad un non meglio precisato fondo di investimento internazionale (tipo Macquarie), che potrebbe scendere in campo al posto di F2i, e tra l'altro avrebbe il pregio di togliere all'operazione l'etichetta della nazionalizzazione, stando ad alcune fonti finanziarie potrebbe essere disposta ad investire tra i 5 e i 7 miliardi. Insomma la partita Autostrade dovrebbe valere tra i 5 e gli 8 miliardi di euro, a seconda di come finirà realmente la querelle delle tariffe. Si tratta di cifre considerevoli ma comunque ben lontane da quelle fissate 2 anni fa quando nel capitale di Aspi entrarono i tedeschi di Allianz e il fondo cinese Silk Road pagando il 10 % delle quote ben 1,48 miliardi di euro ed attribuendo così un valore di ben 14,8 miliardi all'intero capitale di Autostrade.«Oggi senza convenzione Aspi vale zero, perché la società è la convenzione», spiega un altro analista che vuol restare anonimo. «Leggendo i giornali di questi giorni però - aggiunge - non vedo grosse novità: era così 6 mesi fa, 12 mesi fa ed era così anche 18 mesi fa. Se non si trova un accordo, che magari potrebbe anche già esser stato siglato ma viene tenuto riservato, è inutile fantasticare su aumenti di capitale e passaggio delle quote».Quanto rendono i pedaggiPerò più fonti confermano che se si riuscirà a trovare una quadra evitando la revoca della concessione, anche dopo che Aspi avrà ridotto le tariffe dei pedaggi ed aumentata in maniera significativa la mole degli investimenti come ha chiesto e come alla fine pare abbia ottenuto il governo in quest'ultimo round di trattativa coi Benetton, la società che dal 1998 gestisce metà delle rete autostradale italiana (3000 km) può essere pur sempre un buon investimento. Nulla a che vedere però con la situazione pre Covid e pre Morandi, quando come nel 2018 (anno comunque funestato dal crollo del ponte sul Polcevra) a fronte di 4 miliardi di euro di ricavi (di cui 3,66 solo da pedaggi) la società sfoggiava un utile netto di 622 milioni di euro e soprattutto un margine lordo che sfiorava addirittura la metà del fatturato arrivando a quota 1,99 miliardi. --© RIPRODUZIONE RISERV