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IL REPORTAGENiccolò Zancan / INVIATO A SALE (AL) «Divieto d'accesso», c'è scritto sul cartello bianco. Il portone è chiuso. Il cibo viene lasciato qui davanti. Per la posta c'è uno scatolone appoggiato su una vecchia sedia. Questa è la casa madre delle suore, il convento dove vanno a riposare quelle più anziane e fragili. Di 43 sorelle della congregazione delle «Piccole figlie del sacro cuore di Gesù», 42 sono positive al Covid, una di loro è morta: si chiamava suor Maria Angela, aveva 80 anni. «Non vogliamo sollevare polemiche» dice suor Pia, la madre superiora. «Ma l'Asl sa perfettamente quando abbiamo telefonato per chiedere aiuto. In quel momento, erano meno di dieci le sorelle ammalate e avevano soltanto qualche lineetta di febbre. Sono passati diversi giorni prima dell'intervento dei medici. Certo: sarebbe augurabile una maggiore solerzia. Ma non possiamo pretenderla. Sono sicura che stanno facendo quello che possono. Non intendiamo mettere il dito nella piaga». Quello che è successo in questo piccolo paese fra la provincia di Alessandria e quella di Pavia, dove i confini regionali non esistono, percorsi ogni giorno da migliaia di camion della grande distribuzione, spiega bene perché il Piemonte ieri è diventato la seconda regione italiana dopo la Lombardia per numero di contagi: 24.426 casi. Tutta la macchina dei soccorsi si è sempre mossa troppo lentamente, in maniera disorganizzata. Ancora adesso è così. La sindaca di Sale, Lazzarina Arzani, ne è la prova vivente, in qualità di vittima. Domenica scorsa ha perso suo marito: «Rino usciva pochissimo, solo qualche minuto per fare la spesa. Si è ammalato verso la fine di marzo. Aveva la febbre. Per sette giorni nessuno è venuto a visitarlo. Ci hanno dato la terapia per telefono. Quando è stato trasportato in ospedale era già molto grave. È morto il 19 aprile». La cosa più difficile da pensare, a questo punto, è che la sindaca di un paese che deve gestire l'emergenza del convento con tutte le suore ammalate, la sindaca che ha vissuto accanto al marito ammalato di Covid19, non sia ancora stata sottoposta a un tampone. Sta a casa per scelta di responsabilità personale. «È una cosa che mi fa arrabbiare moltissimo», dice la sindaca Arzani. «Anche se sto bene, ho chiesto più volte ai medici di essere sottoposta al tampone. Sappiamo che il problema di questo virus sono gli asintomatici. Mi hanno risposto che non è possibile». Tutto era incominciato con il caso di un musicista alla discoteca «Cometa Dance Hall». È una sala da ballo storica, dove nel 1980 Franco Battiato tenne un concerto che molti ricordano ancora. È sulla strada provinciale 211, quella che collega le due regioni attraverso il ponte sul Po. Il primo ad ammalarsi, dunque, fu un batterista. Per quel primo caso furono avvisati i 14 dipendenti del locale. Ma nessuno venne sottoposto al tampone. Poi i casi divennero tre. Ora sono 63 in un comune di 4100 abitanti. «Con il senno di poi è facile parlare», dice la sindaca. «Adesso si può dire che sarebbe stato meglio chiudere tutto subito, adesso si può dire che qui come altrove c'è stata disorganizzazione». Quando il 4 di aprile l'Asl è intervenuta alla casa madre delle suore di Sale, oltre 20 sorelle erano già positive al Covid. Hanno cercato di isolarle in un'ala della struttura. Ma era troppo tardi. Si erano già contagiate anche le altre. Si è scoperto quando, finalmente, giorni dopo, sono stati fatti i tamponi. Anche il personale che lavorava nelle cucine è stato sottoposto agli accertamenti. «Sì, ma purtroppo sappiamo di altre strutture dove questo non è accaduto» prosegue. Dentro al convento non si sente un rumore. È una casa con i mattoni a vista in mezzo al paese. Tre sorelle sono state ricoverate in ospedale. Tutte le altre aspettano. «Stiamo un po'meglio, grazie», risponde al telefono suor Graziella. Se il Piemonte è la seconda regione d'Italia per numero di contagi, la provincia di Alessandria è una delle più colpite fra quelle piemontesi. Sono tutte storie di solitudine e di attesa. Sono, ad esempio, le 11 persone morte in 10 giorni alla Rsa di Murisengo. Sono le 10 vittime alla Rsa di Ovada. Sono i 4.900 pazienti in quarantena domiciliare, molti dei quali ormai in attesa da oltre 40 giorni del tampone di controllo. Perché ci sono stati tamponi presi e mai analizzati per mancanza di reagenti, quindi tamponi corrotti e da rifare. Perché sono stati giorni di medici al telefono e persone chiuse in casa. Familiari contagiati. Che adesso sono nuovi casi di Covid19. Neppure la storia di questo convento pieno di religiose malate è un fatto unico. A Tortona, dal 15 marzo a oggi, sono morte 8 sorelle della congregazione delle «Piccole suore missionarie della carità». Tutti ricordano le tende da campo davanti alla casa madre e la lunga fila di autoambulanze, quando il contagio era ormai dilagato. --© RIPRODUZIONE RISERVATA